12 maggio 2024 In viaggio con le fate

12 maggio 2024 In viaggio con le fate

12 maggio 2024 In viaggio con le fate

 

12 maggio 2024

IL gruppo Albatros presenta il libro di Caterina Novak In viaggio con le fate

Domenica12 maggio 2024 ore 18:30 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

Interverranno:

Caterina Novak

scrittrice, cantante

Musiche:

Santina Amici, pianista

IN OMAGGIO ALLE MAMME: 

LABORATORIO “IL CERCHIO DELLA VITA” PER ADULTI E BAMBINI

CON MARSIA BAMBACE

Presenta:
Chiara Pavoni, attrice

Aperitivo

Si richiede cortesemente di confermare la presenza con un messaggio whatsapp a 3476781074

12 maggio 2024 In viaggio con le fate

 

Programma DILA APS 2024

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10 maggio 2024 Teoria della penombra

10 maggio 2024 Teoria della penombra

5 maggio 2024 Teoria della penombra

10 maggio 2024 Teoria della penombra

Presentazione del libro di Ivano Petrucci

Venerdì 10 maggio 2024 ore 20:00 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

Interverranno:

Ivano Petrucci, scrittore, pittore

Silvia Filippi, curatrice e storica dell’arte

Presenta:
Chiara Pavoni, attrice

Ivano Petrucci autore anche del libro: Romanticus Dei

Aperitivo

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Programma DILA APS 2024

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5 maggio 2024 Teatro e meditazione tra Oriente e Occidente

5 maggio 2024 Teatro e meditazione tra Oriente e Occidente

5 maggio 2024 Teatro e meditazione

tra Oriente e Occidente

con Gaia Chon

Domenica 5 maggio 2024 ore 18:30 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

Presenta:

Chiara Pavoni, attrice

Gaia Chon, artista ed insegnante Yoga

autrice dei libri: Manuale di Teatro Olistico – Manuale di Yoga e Seduzione segno x segno

Aperitivo

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5 maggio 2024 Teatro e meditazione tra Oriente e Occidente

4 maggio 2024

Costellazioni astrologiche

Improvvisazioni a tema sullo zodiaco

Sabato 4 maggio 2024 ore 19:00 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

Interverranno:

Ines Farinelli, astrologa

Isabella De Paz, astrologa

Rita Pompei, astrologa e counselor

Chiunque voglia cimentar nel gioco

Presenta:

Chiara Pavoni, attrice

Ines Farinelli attrice dei libri: “Una giostra di pianeti” e “La storia di Agnese”

Aperitivo

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Programma DILA APS 2024

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4 maggio 2024 Costellazioni astrologiche

4 maggio 2024 Costellazioni astrologiche

4 maggio 2024

Costellazioni astrologiche

Improvvisazioni a tema sullo zodiaco

Sabato 4 maggio 2024 ore 19:30 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

Interverranno:

Ines Farinelli, astrologa

Isabella De Paz, astrologa

Rita Pompei, astrologa e counselor

Chiunque voglia cimentarsi nel gioco

Presenta:

Chiara Pavoni, attrice

Ines Farinelli autrice dei libri: “Una giostra di pianeti” e “La storia di Agnese”

Aperitivo

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4 maggio 2024 Costellazioni astrologiche

14 aprile 2024

Domenica 14 aprile 2024 ore 19:00 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

TERRA FUOCO ACQUA ARIA

Finissage della Mostra Fotografica di Rocco Scattino

Performance

NEL TUTTO E NEL NULLA

con Chiara Pavoni

14 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

Musiche di:

Valerio Michetti – percussioni, Marco Salvatori –  Moonian Project – sintetizzatori,

Maria Luisa Neri – violino, Santina Amici – pianoforte.

Interventi critici di:

Lucia Ciliberti, Luciana Capece, Jeanfilip, Lucrezia Rubini, Silvana Lazzarino, Stefania Severi, Evaldo Cavallaro, Francesco Maria Bonifazi.

Interverranno i poeti;

Bruno Mancini, Angela Donatelli, Nicola Foti, Massimi Moraldi, Francesco  Maria Bonifazi, Loretta Liberati, Flora Rucco, Fiorella Cappelli, Lucia Izzo, Michela Zanarella, Lucia Fusco, Luciana Raggi, Lucia Pavone.

Presenta Chiara Pavoni, attrice

Aperitivo artistico

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4 maggio 2024 Costellazioni astrologiche

Programma DILA APS 2024

20 maggio 2024

Tanti amici Artisti per ricordare un grande Amico Artista; Nicola Pantalone. musicista, cantante e paroliere
Lucia Annicelli,

Chiara Pavoni,

Clementina Petroni,

Alberto Liguoro,

Gino Pinto,

Guerino Cigliano,

Luciano Greco,

Bruno Mancini

Questo evento è stato inserito nel palinsesto di
Il Maggio dei Libri 2024: “… campagna nazionale che invita a portare i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se stimolati nel modo giusto”

20 maggio 2024 In ricordo di un amico: Nicola Pantalone

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Professionisti DILA APS 20240426 – Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240426 – Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240526 - Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240426

Professionisti DILA APS 20240526 - Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Sas’ a Tatarinceva (sette anni)

“Ciò che conta per me è il modo come vengo valutato al di fuori della mia famiglia” (seconda e ultima parte)

Ho già detto che secondo me, Sas’ a Tatarintseva è un’artista nata, che comprende la connessione dei processi naturali e, parafrasando un po’ Thoreau, scopre di nuovo il mondo della creazione nella natura in ogni suo disegno.

Ecco, la seconda e ultima parte della intervista che ha rilasciata in esclusiva per i lettori del quotidiano IL DISPARI su invito dell’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS”.

Liga Sarah: Cara Sas’ a chi sono i tuoi riferimenti artistici e cosa desideri di più?
Sas’a: Alla Dukhova abita a Riga, ma è nata nel Nord, Komi, Russia, così come Valery Leontyev, uno dei cantanti e ballerini più famosi dell’era sovietica, con il quale lei e TODES spesso collaborano, così come con la cantante pop Sofia Rotaru nata nell’Ucraina occidentale, a Bukovice, e prima con il musicista Igor Talkov, nato nella regione di Tula, un critico della Unione Sovietica diventato famoso con le canzoni di un altro compositore sovietico David Tukhmanov, ucciso dopo un concerto.
Il 27/12/ 2023 si è svolto il concerto per l’anniversario di TODES al Palazzo di VEF, Riga, dove ho eseguito tre danze: “Shark kids”, “Money” e “Africa”.
Sogno di vedere i miei disegni nelle mostre. 
Ciò che conta per me è il modo come vengono valutati al di fuori della mia famiglia.

Liga Sarah: Cosa ami di più e chi sono i tuoi migliori amici?
Hai animali domestici?
Sas’a: Amo soprattutto la mia amichevole famiglia, cioè mamma, papà e fratello Volodya (Vladimir è il nome completo) che ha dieci anni.
Lui gioca a calcio come portiere nel club “Super Nova” di Salaspils (Lettonia). 
È stato nominato migliore calciatore del suo club!
Ho, come animale domestico, il cucciolo Lord che vive da nostri amici, ma amo anche altri cani, gatti, tutti gli animali.
Con il permesso del mio gentile padre, nutro anche animali poveri senza tetto.

Liga Sarah: Che tipo di musica ti piace ballare?
Sas’a: Preferisco ballare la musica allegra.

Liga Sarah: Quali artisti italiani  preferisci?
Sas’a: Conosco per ora pochi artisti italiani.

Liga Sarah: In quali paesi ti piacerebbe andare e in quali sei già stata?
Sas’a: Sono già stata in Italia, Grecia, Finlandia, Turchia, Slovenia, Lituania ed Estonia. 
Mi sono piaciute di più l’Italia e la Turchia.
Invece in Lettonia, dove vivo, penso che i posti più belli siano lo Zoo di Riga, Jūrmala e Roja.

Liga Sarah: Come stai a scuola? 
Sas’a: Sto a scuola benissimo. 
Le mie materie preferite sono il disegno e l’inglese. 
Mia nonna, Anna Tatarintseva, tra l’altro, insegna inglese.

Liga Sarah: Quali tecniche di disegno usi e cosa disegni
Sas’a: Mi piace disegnare con qualsiasi colore.
Preferisco disegnare scene naturali, boschi e tutti i tipi di animali.  
Non ho ancora disegnato ritratti di persone umane.
Voglio partecipare non solo alle mostre, ma anche ai concorsi di disegno e pittura.
Sarò la più giovane partecipante al Premio “Otto milioni – 2024” organizzato dal letterato Bruno Mancini, e sarò contenta sapendo che anche altri bambini ed adolescenti ne faranno parte.
L’importante è partecipare, non vincere!

Liga Sarah: Cosa auguri ai lettori del quotidiano Il Dispari?
Sas’a: Auguro a tutti i lettori del quotidiano Il Dispari SIATE FELICI!

Liga Sarah Lapinska

Vladimir Tatarinceva gioca a calcio come portiere nel club "Super Nova" di Salaspils (Lettonia). 

Professionisti DILA APS 20240526 - Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240419

Līga Lapinska intervista Sas’ a Tatarinceva (sette anni)

“Sogno di esporre i miei disegni e danzare in Italia e Turchia”

Alla Dukhova (Russia), coreografa e fondatrice dell’ensemble di danza “Todes” disse: “Io credo che i bambini dovrebbero ballare. Per un bambino, ballare è sia un’attività fisica sia lo sviluppo dell’orecchio musicale.”

Henry David Toreau (USA), filosofo naturalista e poeta disse: “Ogni bambino, in una certa misura, ricrea questo mondo ed è reso molto felice dallo stare all’aria aperta anche nella stagione umida e fredda. Gioca seguendo il suo grande istinto…

L’essenziale è che imparino non cosa significa la vita all’aperto, ma che la nostra vita debba essere accogliente in un senso più ampio di quanto di solito pensiamo.”

Sas’ a Tatarinceva (Lettonia) dice: “Sogno  di esporre i miei disegni in una mostra per sapere come essi vengono valutati.”

Secondo me,  Sas’ a Tatarintseva è un’artista nato, che comprende la connessione dei processi naturali e, parafrasando un po’ Thoreau, scopre di nuovo il mondo della creazione nella natura in ogni suo disegno.

Ecco, la prima parte della intervista che Sas’ a ha rilasciato in esclusiva per i lettori del quotidiano IL DISPARI Diretto da Gaetano Di Meglio su invito dell’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS” della quale sono stata Socia Fondatrice ed ora sono Socia Onoraria.

Cara Sas’ a, dove sei nata e quanti anni hai?
Cosa vuoi diventare?
Cosa desideri di più?
Sas ‘a: Sono nata a Riga. Ho sette anni. Ho iniziato a disegnare all’età di due anni. 
Voglio diventare un’artista.
Mi piace anche cucinare e ballare: ballo regolarmente con successo nell’ensemble di danza TODES, fondato da Alla Dukhova, la cui troupe comprende sia adulti che bambini.
Nello studio di danza TODES, fondato 25 anni fa da Alla Dukhova imparo la coreografia classica, acrobazia, recitazione artistica, hip-hop, danze contemporanee, RnB, stile moderno, house, waking e molti altri stili di danza, oltre a partecipare a spettacoli.
 
Liga Sarah: Cosa ti piace fare, Sas’a?
Sas’a: Mi piace molto cucinare, soprattutto spaghetti alla napoletana, varie torte e biscotti,  insomma i prodotti a base di farina.
Ai lettori del quotidiano “Il Dispari” propongo la seguente ricetta della torta friabile ai lamponi, inventata da me.
Ecco, la ricetta della torta sbriciolata di lamponi: mettete la farina e lo zucchero in una ciotola;
grattugiate il burro o tagliatela in mattoncini; mescolate il burro con la farina in briciole; versate una metà della mollica in una forma rotonda del diametro di circa 22 centimetri e premete un’ po’ questa pasta manualmente; mettete questa forma e un’altra metà delle briciole in frigorifero per circa 20-30 minuti.
Il ripieno da preparare: stendete i lamponi con la pasta frolla e lo zucchero a velo.
Mettete i lamponi nell’impasto e impastate questa massa in modo omogeneo; spruzzate la seconda parte della massa con l’aiuto di un cucchiaio; spostate questa massa in un forno riscaldato a 180 gradi. Cuocete la pasta per circa per 40 minuti.
Una torta già fatta dovrebbe essere raffreddata per intero. 
Infine, gli ingredienti necessari per fare le briciole: Farina 300 grammi; zucchero 150 grammi;  burro.
Il ripieno: lamponi 500 grammi.
Buon appetito e benvenuti in Lettonia, città Jelgava, ospitati da Sas’ a e dalla sua famiglia.

Direttore Gaetano Di Meglio

Pagina a cura di Bruno Mancini

Capo Redattrice Angela Maria Tiberi

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Professionisti DILA APS 20240425 – Il Dispari Luciano Somma

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Professionisti DILA APS 20240425

Professionisti DILA APS 20240425 - Il Dispari Luciano Somma

LUCIANO SOMMA | COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE ED INTERNET

Come preannunciato vi parlerò, da questo e dai prossimi articoli, della poliedrica attività svolta nel corso della mia esistenza fino ad oggi.

Iniziai a scrivere poesie da ragazzino ed a pubblicarle intorno al 1958 su piccole testate che poi, col passar del tempo, aumentarono a dismisura tanto che scrissi anche su diversi quotidiani e riviste.

Una delle prime, TRIBUNA ARTISTICA, mi vide come Direttore responsabile del periodico a 22 anni.

Mi iscrissi nell’elenco speciale dei giornalisti, ma fu un’esperienza di breve durata perché mancavano i fondi per stampare…

Continuai cosi come opinionista, in special modo sulla cronaca con articoli e poesie pubblicate su L’ECO DEL POPOLO – CRONACA FILATELICA – VALORI UMANI- RIBALTA – LA NAZIONE DI FIRENZE – TOPOLINO – GENTE – IL MATTINO di Napoli – IL ROMA,  solo per citare qualche titolo e su vari periodici animalisti, fino ad approdare sul quotidiano IL DISPARI di Ischia tramite l’amico carissimo BRUNO MANCINI Presidente dell’Associazione “Da Ischia L’Arte – DILA APS”.

Essendo un amante anche dei cruciverba (un vizio di famiglia perché mio fratello Vincenzo addirittura li creava mentre io mi sono sempre limitato a compilarli) la NET (NUOVA ENIGMISTICA TASCABILE) di Corrado Tedeschi mi vide acquirente per anni.

La NET pubblicava spesso anche le foto dei corrispondenti e retribuiva chi inviava barzellette inedite, cosa che feci più volte.

Poi vi è stata l’evoluzione di internet e nel 1996 acquistai il mio primo PC e cominciai a navigare, iscrivendomi alla mailing list, liste di discussioni, cominciai ad avere molti ottimi contatti soprattutto dagli Stati Uniti dove i nostri compatrioti Napoletani, sapendo che avevo scritto alcuni libri di poesie, mi chiesero di acquistarli e così effettuai moltissime spedizioni.

Il pagamento, intorno agli anni 2000, era in dollari.

Pagavano il quadruplo del valore di copertina.

Inviai decine di libri in vari stati soprattutto Americani dal New Jersey a l’Ohio.

Tutte le collaborazioni musicali ed interpretative delle mie canzoni nacquero con musicisti che vivevano in Italia ed all’estero, in particolare Australia – Francia – Stati Uniti – Romania sviluppando moltissimi CD di vario genere, in particolare sigle per animazioni, canzoni Napoletane ed Italiane pop.

Inviavo via e-mail i testi e dopo qualche giorno diventavano canzoni che inviavo a varie emittenti che le mandavano, ed alcune lo fanno ancora, in onda.

Con l’avvento di Facebook creai dei profili personali ed alcuni gruppi che mi seguivano ed oggi ho migliaia di contatti, in qualcuno ho raggiunto il limite dei 5000 per i personali, mentre per i gruppi non c’è  limite.

Tanti i vecchi amici ritrovati, di alcuni avevo perfino perduto la memoria, ed altre nuove conoscenze, tra le quali Ida Terribile dall’Ohio con la quale per una decina d’anni ci scrivevamo o sentivamo al telefono quasi tutti i giorni.

Oggi ha 107 anni e da un paio, causa ictus, non è più in grado di chiamarmi in Messenger. Comunque mantiene il contatto la figlia che mi comunica sue notizie.

Nel prossimo articolo vi narrerò le altre attività svolte nel corso degli anni.

LUCIANO SOMMA     

Professionisti DILA APS 20240425 - Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240425 - Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240418

Professionisti DILA APS 20240418 - Il Dispari Luciano Somma

LUCIANO SOMMA | COLLABORAZIONI TELEVISIVE  (Puntata conclusiva)

Negli oltre vent’anni di attività come speaker che mi ha dato popolarità e soddisfazione, mi fa piacere notiziare anche quella Televisiva molto frequente e ricca di video ascoltatori.

Quelle Napoletane A TELENAPOLI che all’epoca aveva come direttore il M° Armando Soricillo, autore del brano dello Zecchino d’oro: ”AVEVO UN GATTO NERO” che ancora oggi viene trasmesso in programmi musicali per bambini, (Nel 2006 in un villaggio del Gargano ho conosciuto il figlio Vincenzo professore universitario in alta Italia).

Mi fu presentato da un mio cliente e mi ospitò alla TV (era via cavo).

Quella sera lessi alcune mie poesie Napoletane tratte dal libro “DIMANE”.

Il giorno dopo, visitando alcuni clienti alla ferrovia, moltissimi mi fermarono per complimentarsi dandomi un segno tangibile di estremo gradimento: l’audience era stata di decine di migliaia di persone…

Seguirono alcuni canali tra i quali TELEVOMERO – TELECAVA – TELESALERNO – TELESANGIORGIO, sempre come ospite, insieme a diversi personaggi noti del teatro e della canzone.

Tranne in rare occasioni i programmi venivano registrati, non volevo rischiare, infatti, di commettere qualche errore, del resto mai verificatosi, e dunque qualcuno di questi programmi l’ho ancora conservato in cassetta anche se non ho più il lettore adatto!

Ma quello che mi ha dato maggiore soddisfazione è stato il monologo NON E’ MAI TROPPO TARDI su RAI2.

Era Maggio 2005 quando la RAI mi inviò, qui a casa, alcuni operatori per riprendere me, parte della mia famiglia e per parlare un po’ della mia vita.

Un monologo girato tra il Salone e lo studio che durò circa 30 minuti, dove spiegavo i vantaggi di internet, specie dopo la sessantina, e come usare il PC coi vari contatti di allora e le varie masterizzazioni.

Fu mandato in onda nel Settembre 2005 ed ebbe un ottimo ascolto considerato l’orario della messa in onda (le 10 del Mattino) da un pubblico per lo più femminile, dato l’orario, che gradì molto. Ricevetti diverse telefonate, sull’elenco telefonico ero l’unico LUCIANO SOMMA presente.

Dopo qualche mese la registrazione della puntata fu trasmessa su RETE 5 dell’Avv. Carlo Carbone con la quale pubblicavo video da qualche anno.

Anche in quell’occasione l’indice di ascolto fu enorme.

Per questa Rete avrei dovuto girare, come protagonista, un film che però per vari motivi non fu più realizzato.

Persi così l’occasione per completare le molteplici attività facendo anche l’attore.

Anche se nel 2012 girammo una serie di 9 episodi di LUCIANO AMBROGINO E CLEMENTINA

da me ideata con la collaborazione di Carmen Auletta, nei quali curai anche la regia e ne fui protagonista.

Si conclude qui questa mia ulteriore e magnifica esperienza, che si aggiunge ad altre attività che prossimamente racconterò in esclusiva a Voi lettori del quotidiano IL DISPARI come contributo della mia collaborazione con l’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS” della quale sono stato Socio Fondatore ed ora sono Socio Onorario.

LUCIANO SOMMA

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Luciano Somma – Rita Cuccaro

Professionisti DILA APS 20240418 - Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240411 - Il Dispari Luciano Somma

Luciano Somma | COLLABORAZIONI RADIOFONICHE

(seconda puntata)

 

Come promesso nel precedente articolo adesso voglio raccontare alcuni episodi, quelli che ricordo, verificatisi nei vent’anni di mie collaborazioni fisiche con le varie emittenti.

Alla prima emittente del 1976 in occasione delle prima puntata, eravamo nello studio io ed il tecnico, avevo bisogno d’un supporto per mixare il tutto e ricevere e filtrare le telefonate in diretta. Mi venne voglia di andare in bagno per un atto piccolo, grande fu la mia sorpresa nel trovare la porta chiusa con un catenaccio.

Arrabbiatissimo telefonai al proprietario che mi disse che poiché durante il giorno la radio si avvaleva di alcuni ragazzi, piuttosto turbolenti, era stato costretto a quella decisione drastica, comunque si scusò inviandomi le chiavi del catenaccio e così, come Dio volle, per quasi 2 anni non ci furono altri screzi.

Sempre a quella radio parcheggiavo l’auto davanti al portone, il locale si trovava nei pressi del porto di Napoli, un’AMY8 acquistata pochi giorni prima perché la precedente Fiat 127 mi era stata rubata.

Alle 3 di notte, a fine trasmissione, rimasi basito nel vedere che 2 marinai di colore urinavano nella parte posteriore dell’automobile.

Nel vedermi dissero che era una bella macchina, mi guardai bene nel rispondere, erano ubriachi fradici, finalmente se ne andarono e io presi possesso dell’auto che portai di prima mattina del giorno dopo al lavaggio!

Ciò che mi era stato in un primo momento negato dal proprietario dell’emittente aveva trovato nei due buontemponi Americani un posto, naturalmente inadatto, per soddisfare i loro bisogni corporali.

Spesso nelle trasmissioni in diretta giungevano alcune telefonate che, nonostante fossero filtrate, qualche volta si presentavano offensive.

Una di queste metteva in dubbio la fedeltà di mia moglie dicendomi di avere le corna.

Mi feci passare la telefonata in privato e dissi all’interlocutore che se aveva fegato lo aspettavo fuori dall’emittente, ma naturalmente il vigliacco fece cadere la linea e sparì per sempre…

Un altro episodio simile mi capitò alla CRC di Portici del Compianto Tiberi, ero in trasmissione con Giuseppe Santagata quando all’una  circa di notte arrivò un’altra telefonata, questa volta di minacce, la voce dall’altro capo ci disse che sarebbero venuti lui ed alcuni amici a “Cresimarci”, questo fu il termine usato.

La cosa c’intimorì perché non conoscevamo la zona e avevamo saputo che il pericolo era serio e veritiero.

Telefonammo alla Polizia locale e restammo quasi fino al mattino segregati nei locali della radio con 2 agenti.

Spesso collaboravano con me amici poeti ed ospiti illustri, oltre a Giuseppe Santagata, Leo Barone, Antonietta Pagliarulo, Rino Vittozzi, Peppe Russo, Tecla Scarano, Salvatore Tolino, Aldo Zolfino. Mmentre a RADIO ISCHIA il grande Ottavio Nicolardi, genero di E.A.Mario, Vincenzo Giandomenico, Rosetta Fidora Ruiz e tanti altri, veramente un numero considerevole che se anche riuscissi a ricordarli anche parzialmente ci vorrebbero diversi articoli per nominarli tutti. Appuntamento alla prossima con la conclusione delle mie collaborazioni anche in TV.

LUCIANO SOMMA

Professionisti DILA APS 20240411 - Il Dispari Luciano Somma

 

Professionisti DILA APS 20240404

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

LUCIANO SOMMA | COLLABORAZIONI RADIOFONICHE

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

Le mie prime collaborazioni alle Radio e TV libere risalgono al 1976.

La prima in assoluto fu con RADIO ORIZZONTI, dove, grazie a mia nipote che presentava un suo programma, mi fu offerta l’occasione di organizzare alcune notturne in diretta telefonica, con poesie lette da me e canzoni di autori vari.

Da allora fui ospite o conduttore di moltissime emittenti e TV, coadiuvato da moltissimi poeti e personaggi dello spettacolo.

Fare dei nomi mi diventa difficile perché furono veramente troppi.

Si faceva notte inoltrata e si finiva intorno alle 4 circa del mattino.

Avevamo ascoltatori non solo a Napoli città, ma anche molti a Ischia e soprattutto in provincia e finanche in altre località della Campania.

Fino al 1995, ossia in prossimità del pensionamento della mia attività di rappresentante avvenuta nel 2000.

Fisicamente, da allora, non sono più intervenuto, ma comunque da quell’anno, da casa, ho collaborato con alcune emittenti attraverso il web.

La più importante NON E’ MAI TROPPO TARDI nel 2005, dove RAI2 mi fece fare una puntata dal mio studio inviandomi suoi dipendenti a registrare.

Fu un’esperienza molto interessante con un monologo durato circa 30 minuti nel quale spiegavo vantaggi e svantaggi di usare internet ad una certa età…

Da quel periodo scrissi i testi di moltissime canzoni e sigle per animazioni turistiche.

Inviavo i Cd alle varie radio e molte di esse mi trasmettevano i brani o mi facevano interviste come ad esempio SAMMY VARIN dell’allora RADIO PADANIA che parlava dei vari territori tra i quali la Campania.

Ancora RADIO BLU NAPOLI di Gino de Vita – Radio Italia dall’Australia, l’attuale  Radio Emozioni Live di Tony Esposti che ancora oggi ogni Sabato dalle 17,30 alle 19 manda in onda mie poesie recitate e mie canzoni.

Anche in questo caso vorrei tanto fare dei nomi, ma sono veramente tante, alcune estere dalla Romania, Francia, e da tanti altri paesi Africa compresa.

Negli ultimi anni moltissime sono state le interviste telefoniche, ed altre in TV e prodotte con la web camera, tutte seguite da migliaia di visualizzazioni, a dimostrazione di un grande interesse per l’arte e per la cultura.

Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare cosa che farò nel prosieguo.

In tanti anni alcuni episodi restano fermi nella memoria a testimoniare un’esperienza sicuramente irripetibile che ha lasciato in me la grande voglia di continuare anche se, per motivi di salute, purtroppo posso farlo solo da casa.

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240314

Professionisti DILA APS 20240314

Luciano Somma | LE RADIO AD ISCHIA

terza puntata

Concludiamo con questo articolo la breve numericamente, ma intensa panoramica delle radio ad Ischia.

Intendiamoci non escludo che magari negli altri 5 comuni ci fosse qualche altra emittente ma io non ne sono mai venuto a conoscenza.

Certo non  potevo nel mio lunghissimo soggiorno conoscere tutto di tutto, la mia memoria si sofferma soprattutto su alcuni episodi che colpirono nell’estate del 1973 come il colera che mi tenne circa due mesi e mezzo lontano da Napoli ed il terremoto del 1980, entrambi superati con grande forza di volontà dalla popolazione tutta.

Ma torniamo all’altra emittente: RADIO ISOLA VERDE gestita  da Cesare, che di lavoro era un pompiere ma un grande appassionato di poesie e canzoni.

Una sera fummo ospiti di Radio Isola Verde, io ed il poeta Giuseppe Santagata, per presentare il libro di poesie di quest’ultimo dal titolo SINCERAMENTE, con la mia prefazione.

Nel corso della trasmissione il proprietario Cesare ci offrì 2 bottiglie di vino bianco che bevemmo con gusto ma dettero un effetto inedito.

Dopo qualche ora eravamo entrambi brilli e facemmo diverse battute.

Al mattino seguente diversi amici di spiaggia, che avevano ascoltato fino a tardi, ci fecero notare ridendo alcuni passaggi.

Peccato che non si registrò!

Molto accoglienti i conduttori che avrebbero voluto facessimo almeno un bis ma la cosa non fu possibile perché nel 1983 terminò la mia presenza sull’isola.

Un volta a Napoli continuai fino al 1995 a collaborare ancora con molte radio e TV della Campania. Avrei voluto continuare ancora ma avendo acquistato un villino a Roccamonfina (Caserta) il tempo libero ed il fine settimana preferii trascorrerlo con alcuni parenti in una zona dove la castagna era la regina e la faceva da padrona e dunque dal mare ai monti, avevo casa a 650 metri sul livello del mare, dove l’aria era un po’ umida ma d’estate si stava benissimo.

I bagni li facevamo a 40 minuti d’auto a Mondragone, così diverso dall’azzurro mare Ischitano, perché, causa il fondale, era di colore marrone, ma non c’erano alternative…

Dopo il 1999, anno di vendita della mia villa, le mete estive furono Palinuro, parte della Calabria, poi le Puglie con Torre Canne (Brindisi) ed il Gargano e successivamente dal 2013 fino al 2019 a Minturno (Latina).

In molti villaggi turistici scrissi molte sigle per animazioni, intervenni in qualche spettacolino teatrale e le radio divennero solo un ricordo.

Dal 2000 però, anno del mio pensionamento, ho collaborato da casa attraverso il PC con moltissime emittenti, decine le intervista, addirittura una trasmissione nel 2005 in TV a RAI2 dal titolo NON E’ MAI TROPPO TARDI girata tra le mura di casa con una troupe televisiva.

Ad Ischia vi sono tornato un giorno del 1999 con mio figlio Sergio che venne a visitare alcuni suoi clienti essendo rappresentante di materiale edilizio e nel Novembre del 2000 per qualche giorno con una cugina di mia moglie col marito.

Ma non ci fu il tempo di visitare le Radio, l’unico posto amico fu COCO’ GELO ad Ischia Ponte dove il compianto Salvatore ci accolse con molto affetto e dove, come sempre si mangiò alla grande.

LUCIANO SOMMA

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Luciano Somma

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Direttore Gaetano Di Meglio

Pagina a cura di Bruno Mancini

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Il Dispari 20240422 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240422 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240422

Il Dispari 20240422 – Redazione culturale DILA APS

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo” Ottava puntata

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

I bulbi oculari mi facevano male, forse per la scarsa luce, forse per il poco sonno, forse per le tante ore trascorse a scrivere, forse per l’età, ma certamente andava ascritta al mio disordine mentale una qualche responsabilità per aver provocato il loro roteare senza punti fissi di riferimento.

Fermò le dita affusolate di mia madre, piegò verso l’alto il corpo armonico di mia sorella, e con la voce profonda di mio padre «Io sono Ignazio» disse.

-«Ignazio?»

-«Sì Ignazio»

-«E allora? Con ciò? Che cazzo significa? Basta indovinelli. Parla o vai. Ignazio, Filippo, Marco Aurelio, Giulio Cesare che me ne fotte del tuo nome!
Parla o vai.
Bevi, fuma e vai di corsa.
Non ho mai tempo per nessuno, figuriamoci oggi.
Non ne ho abbastanza neppure per me!»

-«Io sono Ignazio di Frigeria e D’Alessandro.
Tuo fratello gemello.»

Scolorire al buio.
Perdere battiti cardiaci.
Stoppare il respiro.

Chiusi gli occhi e mi chiesi se credere che i sogni si generino prima dei fatti, oppure se persuadermi che ne siano una rappresentazione.
Le fantasie germogliano da oniriche trasgressioni mai metabolizzate, oppure ne costituiscono le origini?
Prima l’uovo o la gallina?
Ignazio di Frigeria e D’Alessandro: il mio passato di sfrontate personificazioni dei mali del mondo.
La droga, la guerra, l’azzardo, lo stupro, si erano, tramite lui (visto da sempre quale compendio d’ogni maleficio), materializzati nella persona del traghettatore piagnucoloso che si dichiarava mio fratello e del quale mi impressionavano alcune caratteristiche fisiche: la voce profonda di mio padre le dita affusolate di mia madre ed il corpo armonioso di mia sorella.
Nel mio passato era stato un sogno, una visione?
A raccogliere i cocci di una bottiglia era la presenza di un incubo, d’una allucinazione?
Allora, quando scrivevo di Ignazio il combattente in Viet Nam, mi sfidava una forza di coesione che non si lasciava cancellare dal tempo e dalla distanza?
Il richiamo di una energia sconosciuta?

Nella situazione che stavo vivendo per il trasferimento che mi accingevo a compiere, ero oppresso dall’ossessione di pretendere una vicinanza familiare?
Ignazio, per me, padre madre sorella?
Mi chinai nell’atto di sollevarlo, ponendo i gomiti fra tronco e braccia, e quando il suo viso, assecondando i movimenti che compivo, giunse ad un palmo dalla mia bocca «Non ho fratelli» sentenziai «Non ho mai avuto gemelli, tu sei il parto della mia fantasia, tu sei mio.
Ignazio di Frigeria e D’Alessandro mi appartiene.
u mi appartieni», attesi l’attimo necessario a che deglutisse l’assoluta determinazione da cui mi sentivo invaso, e stringendo i polsi fra i pugni chiusi ai lati del suo torace, con la calma della follia «Perché sei qui?» gli chiesi.

Finalmente, sul soffitto, al centro del mio mondo, accesi il faro delle grandi occasioni.

Il Dispari 20240422 – Redazione culturale DILA APS

CAPITOLO SECONDO

Non poter descrivere nei dettagli la serie di virulente emozioni che mi procurò il prosieguo dell’incontro con il mio gemello Ignazio, è il prezzo che voglio pagare per non derogare dalla militaresca sottomissione al principio di essenzialità nel quale ho deciso di rinchiudere l‘esposizione di questa storia.

Ero certo «Alle venti sarò da Aurora.
Non un minuto oltre».

E come potrei esaurire, con locuzioni brevemente tratteggiate, la descrizione del patos -posso dire a mala pena celato-, che lui mi aveva procurato definendo con frasi stringate la precisa e dolorosa ricostruzione dell’intrigata vicenda che aveva determinato la nostra separazione, nel 1943, tra guerra, fame, tradimenti?

Avevo ascoltato un Ignazio finalmente privo di reticenze.
Albeggiava.
Il gallo, i passeri, la fresca brezza che in tempi andati forse spegneva le lampade a petrolio sulle vie, il primo discreto avvicinarsi di un pullman di linea, il rombo soffuso del volo aereo Venezia Napoli, segnalavano con sufficiente precisione lo sviluppo delle ore.
Le quattro e venticinque.

Ero certo «Alle venti sarò da Aurora».

Il Dispari 20240422 – Redazione culturale DILA APS

Se mi sarà concesso, quantunque in un luogo differente e con altra penna, colmerò le tante lacune di questa ricostruzione, cimentandomi in una impresa narrativa che non potrà in quel caso essere ridotta ad un breve racconto.
Se sarà.

In sintesi, il suo racconto iniziò dall’età di cinque anni, nel 1948, quando io vivevo ad Ischia senza luce elettrica e senza acqua corrente.
Ignazio abitava, con la famiglia dalla quale a sua insaputa era stato adottato, in una sfarzosa tenuta spagnola assegnata, in segno di cameratismo, dal “Franco” allora dominante all’amico gerarca fascista che si era rifugiato sotto la sua protezione subito dopo la fuga del re dall’Italia.
Nel 1948 la balia gli svelò una prima parte del segreto: «Sei un bimbo adottato.»
Lui non capì e proseguì nella sua infanzia.
O non volle comprendere?
A me quell’anno non dissero niente.
Tutto, così, proseguì uguale a sempre.
Nella solita consuetudine.
Nel 1961, compivamo diciotto anni.
L’invecchiato comandante in esilio convocò il giovane Ignazio nello studio tappezzato da grossi volumi di libri mai letti, ed in quella occasione parato a festa con stendardi sfilacciati di una unica etnia svolazzanti tra tazzine da caffè rigorosamente nere, per comunicargli, adagiando rispettosamente la mano destra sulla banderuola che tra tutte figurava il riconoscimento per il maggiore atto di eroismo bellico, ufficialmente formalmente «Tu hai un fratello gemello.»

La frontiera nazionale del Montecarlo passa attraverso la struttura edilizia d’alcuni alberghi, cosicché ai privilegiati clienti è sufficiente spostarsi di una camera nello stesso ambito residenziale per godere degli effetti giuridici di un altro stato.
Simile trasferimento fece Ignazio.
Solo?
Con un fratello?
Io sono, lui è.
E tutto proseguì nella stessa identica ripetitività quotidiana.
A me nel 1961 non dissero nulla e nulla mutò.
Nessun particolare era rimasto inciso nei miei pensieri.

Mi chiesi quanti parenti ed amici avrebbero avuto la facoltà d’aiutarmi provvedendo alla discreta ricostruzione dei segnali che, forse, io non avevo recepito, oppure che, invece, in una ipotesi maggiormente attendibile, nessuno di loro in tanti anni si era mai proposto di far balenare davanti alla mia mente. Neppure sotto una qualsiasi forma allegorica o mediante l’ambigua divinazione di un improbabile oracolo.

La gente che mi era stata vicina, spesso amica, a volte finanche unita da un vincolo d’intimità, e che sapeva, la gente delle mie terre, delle mie case, dei miei rifugi, non aveva, fino ad allora, illuminata un’ombra sufficiente affinché potessi impossessarmi delle vicende essenziali alla comprensione di questa parte della mia storia personale!

Ignazio era stato davvero tutto nella vita: un gran colpo di sfida perenne.

Non mi svelò alcun particolare somatico o caratteriale della sua madre adottiva, neppure durante il sofferto ricordo del segreto che lei gli aveva voluto rivelare, mentre oramai le sfuggiva la vita, dicendogli «Tuo fratello è Bruno Mancini.» Poco dopo, serenamente, finì.
Sono il fratello, ma per lui non cambiò nulla.
Non ne ero a conoscenza, e per me fu ancora come prima.
Tutto uguale per noi.

Veniamo al dunque.
La sua confessione ebbe termine alle cinque e trentotto.
ra suonata la sveglia dell’inquilino, di professione muratore, che alloggiava nei locali adiacenti alla parete del mio angolo di complicate meditazioni.
Era male tarata, può darsi volontariamente, altrimenti perché avrebbe strimpellato alle cinque e trentotto?
Cinque e trenta va bene.
Cinque e trentotto non va bene.
Non collima.
Non si spiega.
Siamo tutti formalisti.
Lui disse «Sono qui perché mi hanno convocato.
Aiutami.
Voglio il tuo aiuto.»

-«Che incredibile coincidenza! Quando?»

-«Fra poco, alle venti.»

Quanto tempo occorre per arrostire una catasta di funghi campagnoli d’origine dubbia, e mangiarli tra fette di pane pugliese e litri di birra popolare?
Quanto tempo ci vuole per fare uscire dallo scroto i coglioni distrutti e sbatterli nel ventre della puttanaccia internazionale?
Per salutare gli amici?
Mortificare i nemici?
Stringere al petto la donna amata?
Bere, bere, bere, scrivere, scrivere?
Guardare le stelle?

Troppo.

Neppure intendo dilungarmi intorno alle priorità che tentavano di occupare un posto nelle poche ore disponibili.
In questo contesto potrebbe risultare un elenco penoso, lacrimevole, mentre invece, con una differente atmosfera, sono sicuro di non aver difficoltà a dimostrarne la bellezza emotiva, pur nelle contrastanti armonie.

A titolo di esempio: avrei dovuto provvedere a cambiare l’acqua nella boccia di vetro dei miei amici pesciolini rossi ed aggiungere qualche razione supplementare di scaglie Goldfish Food, non senza irritante dispendio di minuti preziosi, oppure dare precedenza alla chiusura dei rubinetti?

Il Dispari 20240422 – Redazione culturale DILA APS

 

Il Dispari 20240415

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

Settima puntata

 

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

Nei mari dei Caraibi la preda è il pescatore che non utilizza adeguate protezioni.
Soltanto un lusso svogliato lo porta a privarsi di bombole e boccaglio per la pesca dei barracuda.
Il Tirreno era considerato dagli antichi un mare “nostro”.
Noi umani moderni lo abbiamo squamato devitalizzato disinfettato colonizzato, reso una fogna, riciclato in mare “morto”.
Era in esso (avrei preferito scrivere in lui) che spesso sguazzavo, intrepido e naturalista, imbozzimato tra le spire coinvolgenti delle immersioni.

Con maschera e pinne.
Sempre senza bombole.

Nella settima edizione delle mie incursioni tra le gole marine di San Pancrazio, alla ricerca di una mitica tana di cernia che ricordavo ricoperta da alghe e licheni, per non concedermi un respiro, l’apnea avrebbe potuto togliermi la vita prima della risalita.
Più giù.
Più più.
Più tempo.
Più volte.
Più sempre, più tutto, più giovane, più forte, più solo, più assurdo, più io, più meno.

Dietro alla porta chiusa del mio rifugio, che certo non bussava da sola, come braccata dalla muta camaleontica di un sub, la mia apnea, per me ad un tratto trasformato in cernia indifesa, non era altro ormai che scommessa perduta.
Non voglio, non posso, non apro, non sono, la mia perdita di respiro è spirale avvolgente.

La mia apnea si asserviva al lusso svogliato di prolungare un calvario per una determinazione che non era in mio potere modificare.

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

-«Chi bussa alla porta?
Chi è?»
Accomodati amico, gli dissi, e lui sedette.
Gradisci una birra popolare, gli chiesi, e lui bevve.
Accendiamo una sigaretta? Fumammo.

Nessun uomo è paragonabile ad una donna.
Non c’è uomo simile ad un altro uomo.
Non esistono due gravidanze uguali.
Nelle belle famiglie campagnole il gatto era gatto.
L’agnello, agnello
Il cavallo, cavallo.
Il maschio adulto era il padrone di casa.
Anche di tutto il suo contenuto.
Matriarche comprese.
Il lutto della diretta è la corsa in avanti senza ripetizione.
Io, mentre scrivo un racconto, posso superare l’ostacolo, recuperando l’omesso.

Lui diceva “me ne fotto”.
Io ci provo. Aggiungendo.
Accomodati amico, gli dissi.
Aveva la faccia pallida di un uomo ormai fantasma.
Gradisci una birra popolare, gli chiesi.
La sua bocca si aprì a fatica quasi fosse incollata da un immenso terrore.
Accendiamo una sigaretta americana turca napoletana?
La prese con la mano tremante del cacciatore di tigri, disarmato, al cospetto della splendida bestia immobile in un agguato traditore.

Non mi spiegavo né l’origine, né la natura, di tali incontrollate manifestazioni esteriori d’emozionalità espresse, per altro, da colui che identificavo come il professionista inviato dalla mia amica Aurora per rendermi meno penoso il passaggio al suo di “Là”.

Sul tavolo sgangherato a seguito dei continui sbilanciamenti del mio corpo scoppiettante di bollicine gialle, la figura sconosciuta aveva poggiato i gomiti per trattenere la testa ciondolante come il pendolo capovolto di un orologio del tardo ottocento.

Triste, oscuro, silente, non osava guardarmi.

La mia preoccupazione non era certo lo stato d’animo nel quale egli si proponeva.
Figuriamoci!
Ciò che Aurora voleva, la “Signora” poteva.
Vestisse pure i panni del melodrammatico sentimentale, affari suoi.

Il comune mister Pinkerton, Donoval, Smith, Rossi, Giallo, Verde, Forza Napoli, mi fissò con lo sguardo di un maniaco sessuale di fronte alla evidente prossima maternità della più bona del paese. “L’hai fatto” pareva pensasse, “Adesso lo farai di nuovo con me” sembrava volesse imporre.

Schiacciava il suo volto pallido, le sue mani tremanti, le sue labbra asciutte contro la mia, dicono, pigrizia indolenza disattenzione distrazione.
Eppure i suoi tratti somatici appartenevano a qualche ricordo passato che avevo apparentemente rimosso.
Ho dimenticato il nome del cane che ha diviso per venti anni la mia gioventù, ma non mi sfugge, tra la folla di una stazione ferroviaria durante l’ora di punta, il volto di chi ho frequentato anche saltuariamente anni addietro.
E’ vero, sono fisionomista.
Al chiaro del sole.
Con molta luce.

-«Aiutami» così iniziò: «Aiutami».
Il volo di un calabrone indispone per il ronzare privo di pause ed invita ad una caccia disinvolta.

A me le frasi incomplete nel senso e nella forma invogliano alla fuga ingiustificata.

Erano tre ore che non muovevo un passo, schiacciato con il culo sulla estremità di una sedia, e con le caviglie sul bordo di un’altra ricoperta da un cuscino di gommapiuma sottile come un cartone da imballaggio.
Neppure mi ero alzato per aprirgli la porta, era socchiusa, bastava spingere.
Erano tre ore che non pisciavo le birre popolari stipate a botti nella vescica, erano tre ore che non respiravo un litro d’aria denicotinizzata semi naturale leggermente frizzante per le bollicine provocate dalle onde sbattute sulle scogliere apparecchiate con stupidi blocchi d’indecente calcestruzzo.

Mi alzai, andai nel cesso, aprii la finestra pisciai e l’aria fresca fredda della notte non lasciò dubbi al mio dubbio che forse Mister Ford, Esposito, Mac Carty, Ciun Ciun, Senegal, Pilato, Coglione… fosse una donna… non cambia nulla… è tutto uguale.

Non c’è passione solitaria senza un passato di voglie inappagate.
Spesso essa è solo l’ultimo traguardo, il morbido poggiatesta della pennichella pomeridiana.
Ben altro è ingannare, fingere, sbiadire, rotolare in panni di chi non sei, non disdegnando di porre il dito nella ferita e lasciarlo marcire insieme ad essa.
La fuga e la salvezza.

-«Aiutami» così iniziò: «Aiutami» con una voce simile a quella di mio padre.
Profonda.
E disse: «Ho letto di te ed ho seguito da molto tempo in silenzio la tua vita avventurosa.
I tuoi libri e gli articoli di giornali che seguivano le tue azioni in difesa di libertà e debolezze.
Ti ho ammirato senza averti mai visto. “Il bel maschione conquista la star…”, “è lui l’uomo dell’anno…”, “Trenta milioni di copie vendute…”.
Hai una birra per me?»

I complimenti offerti bene sono tuoni a ferragosto.
Attrazioni di energia esplosiva.
Le lusinghe sono petardi che scoppiano in mano devastando pollici ed indici.
Il suo porgermi frasi banali già udite, di semplice contenuto, inutilmente adulatrici, prive di fronzoli non fu sufficiente a distogliere la mia attenzione dalle dita affusolate che gli reggevano il capo ciondolante.
Così le aveva mia madre.
Affusolate.

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Più che la birra, andai a prendere una pausa di riflessione.
Avevo necessità di concretizzare quell’incontro.
Dimensionarlo, affidarlo a linearità geometriche.
C’era la luna, e i motorini che passavano rumoreggiando per la fretta e la cattiva manutenzione, m’indicavano l’ora.
Quarto più quarto meno, il bar all’angolo chiudeva alle due, ed allora il personale addetto al turno finale ne usciva passando disordinatamente sotto le mie finestre.
Così da anni in questi mesi.
Considerai che stavo scegliendo di costruire da solo risposte per domande che non ponevo: la talpa.

Nessuno sopravvive alla sua storia.
A me non è mai bastata viverla, ho sempre voluto possederla, controllarla, fino a tentare di anticiparne le costellazioni degli eventi casuali.
L’individuo venuto da lontano, l’uomo d’Aurora mi stava chiedendo aiuto con la voce profonda di mio padre, difendendo la testa tra le mani con le dita affusolate di mia madre.
Dov’era il nesso?
Quale era il significato, se c’era?

Passai accanto allo scaffale dove erano riposti gli album fotografici, ed un fugace pensiero me li fece abbinare a reperti, già fossili, destinati a futuri mercanteggiamenti di archeologia sociale.

Seguivo la traccia di piastrelle, color rosso vinaccia indicante sul pavimento la linea di separazione tra la zona di casa preferita per i miei contorcimenti mentali, e la cucina ospitante file di lunghi colli gonfi di liquido giallastro.
Al buio.
Tutto al buio, anche al buio.
Ho smesso di chiamarla birra.
La bottiglia dal collo alto non imponeva rivincite.

Pumm: Fzzzz.

Come una biglia nel castello dei birilli, avevo creato un effetto domino, ed una bottiglia piena mi cadde dalle mani spiaccicandosi a terra.
Accade.
Accadde.
L’uomo? La donna?
Ei senza nome, udito il tonfo, si mosse veloce per aiutarmi.

Il secchio la scopa la paletta, «Che m’importa!», dicevo, «Lascia così.», «Ne ho altre.», Ei con voce profonda e dita affusolate «Faccio in un attimo.», «Non ci vuole molto.», «Perché no».

I suoi erano movimenti scattanti ed eleganti, di una particolare armonia che mi richiamava alla memoria i gesti di mia sorella.
Armonico.
“Così o come” fosse stata mia sorella.
Chi aveva bussato alla mia porta?

Io dissi «Perché sei qui?»

Lui pianse.

Pianse come un poeta, ricordando l’infanzia, narrando l’amore, sognando la pace.

Un’enorme confusione inzuppò di filamenti disordinati ed instabili il cesto di sparute tracce che avevo creduto di recepire dalla telefonata della mia amica «Signora».

Il traghettatore, Lui o Lei, Ei senza nome, con la voce di mio padre, le mani affusolate di mia madre, il movimento armonico di mia sorella, piuttosto che assecondare i miei desideri, piangeva sul pavimento di piastrelle gialle raccattando i cocci di una inutile bottigliaccia di liquido commerciale, mentre io contavo con ansia le ore i minuti secondi attimi mancanti al momento in cui avrei dovuto presentarmi alla convocazione.

Fine settima puntata.
Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240325

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

Sesta puntata

 

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

Avevo da poco terminato di scrivere le pagine che avete letto, e mi accingevo ad un primo approccio con il capitolo cinque ancora vuoto quando uno squillo, dallo strano sapore di mandorle o nocciole tostate e zucchero nasprato, fece sobbalzare, non solo il segnale d’avviso del mio videotelefono, non solo i pesciolini rossi nella boccia trasparente casualmente aderente all’appoggio rumoroso e traballante (per loro fu quasi un terre-mare-aria moto secondo la teoria fisica della propagazione delle onde nei liquidi), non solo gli occhiali sul mio naso per il repentino movimento della testa, e la bionda schiuma di birra commerciale versata distrattamente nel bicchiere arrotondato a forma di bocca di vulcano spento, e poi la lunga scia di fogli sparpagliati sovrapposti disordinati in equilibri provvisori ed instabili, e la cenere della sigaretta che stringevo tra i denti per il tiro tiraccio tirone tiretto finale, ma, se volessi dire tutta la verità, dovrei aggiungere particolari perfino sulla rottura sobbalzo sballottamento scatenamento giramento girotondo di… parti basse del mio ventre, mentre, invece, mi voglio limitare ad affermare che quello squillo, la cui provenienza avevo identificato sul minuscolo schermo tecnologico luminoso, creava un potente sbarramento per ogni via di fuga della mia solitudine notturna.

Cercavo di distrarmi, quantunque l’aggeggio continuasse a vibrare, squillare, tormentare i pesciolini rossi, con un forte odore di odissea nello spazio intriso di sfumature all’incenso e vino cotto tanto invadente che, insinuandosi nei lobi auricolari, attraversava incudini e martelli per biforcarsi maleficamente (i miei amici Indiani chiamavano l’uomo bianco lingua biforcuta) tra una papilla gustativa spugnata di birra popolare ed un pigmento olfattivo catramato nicotinizzato bruciacchiato.

Ero stanco, avevo martoriato mortificato martellato per ore lo strumento della mia incapacità, della mia disperazione, del mio sublime aver voluto: il sassofono tenore di marca Orsi ed ancia selezionata in faticosi esperimenti.

Ero suonato, per l’accesso intermittente ininterrotto intenso alla cassetta caverna cassaforte caveau del grosso stipone stipato nell’angolo dietro la porta della cucina: silenzioso bianco latte frigorifero custode delle mie birre popolari.

Ero nel panico per mancanza di appigli appoggi appelli, apriti Sesamo, a chi mi rivolgo, aprimi Sesamo aprimi uno spiraglio speranza abbaglio, per la matita spuntata nell’ultima riga.

E lui suonava!

Mi correggo. Correggo la frase plebea.

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

E lui suonava, significa che un lui, quindi un individuo di sesso maschile usava uno strumento adatto a produrre piacevoli onde sonore ecc, in vero io volevo dire che lui, il telefono, esso, continuava ad emettere vibrazioni sgradevoli sgradite sgraziate, grazie.

Lui, esso, squillava, e la curiosità, onde scoprirne il motivo, sculettava per sedurre indurre il pigro indolente rotore del mio sistema ad attivare uno sforzo punto X punto Y, tale da movimentare delicatamente l’unghione della mia mano oppure il pistillo della penna, fin sulla mini tastiera del cellulare mignon, in tal modo connettendo, con sua soddisfazione, le due utenze.

Ero spossato spompato sbolinato annacquato svaporato distrutto da “Così o come”, racconto docile ed irrequieto che mi aveva assecondato per sfuggirmi, e mi aveva illuminato per trattarmi come il pennello di un oscilloscopio relegato a registrare le intensità dei terremoti eruzioni vulcaniche maremoti bradisismi onde cosmiche venti solari. L’elettroencefalografo di uno, trenta, quaranta, due emozioni cerebrali.

Ero tutto ciò per la imminente immanente forse immemore non immortale, immateriale fine della mia semplice nutrizione mentale.

Aurora, la Signora, la Donna Guascona, non avrebbe fatto schiaffeggiare il mio silenzio notturno dallo stupido gracchiare di un cellulare se non avesse trovata la cacca nella marmellata, oppure la marmellata nella cacca, che non significano lo stesso quid.

Quanto avrei potuto resistere?

Neppure cinquecento squilli.

Addormentarmi?

Neppure con trenta caffè!

Tanto valeva affrontare l’ignoto, e speriamo bene.

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

-«Pronto.»

-«Ignazio?»

-«Sì, Aurora, sono io. Ma perché mi chiami Ignazio anche in privato?»

-«è Il tuo nome d’arte. Ricordi “La Notizia virgola la Condanna punto”? Tu non mi chiamavi “Signora”, io scelsi per te il nome Ignazio. Un nome d’arte.»

-«Come stai Aurora?»

-«Così!… Sei solo?»

-«Sempre a questa ora.»

-«Lo so che è tardi, però anch’io non… mi sono posto il problema… domani sarebbe inutile… Ricordi l’uomo dal fiore di ginestra all’occhiello del bavero?… Parla sempre di te…»

-«Perché mi hai chiamato?

…Anche per me lui è un punto di riferimento importante “così o come” la sua donna dalle mani ambrate.

…Perché hai chiamato?»

-«Lei, adorabile, se potesse riabbracciarti sarebbe la felicità assoluta. è Aurora che ti parla, l’amica.

Non ho dimenticato la spontanea disponibilità con la quale ti sei proposto, nel momento per me più delicato, contrastando l’agguato che Snob Rob ed i suoi compari di luride merende avevano tentato nei confronti di me SIGNORA…»

-«Aurora, ho capito, amica, è tardi, se vuoi ne parliamo domani, lo so, amica, sei amica, mia amica e basta. Aurora, perché hai telefonato?»

-«Così vuoi, così sia. Sei stato convocato.»

-«Io? Quando?!»

-«Domani sera alle venti.»

-«Così poco tempo?»

-«E’ già tanto saperlo.»

-«Allora ci vedremo presto!»

-«Già. Ho ottenuto che ti sia concesso il privilegio di un accompagnatore ufficiale.

Sarà da te fra poco.»

Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

Fine della telefonata.

Fine della trasmissione.

Fine di cos’altro.

Fine.

Aurora, in virtù dei nostri precedenti ottimi rapporti di complici intese, aveva chiamato per dirmi di aver inviato “Qualcuno” a prelevarmi, con lo scopo affettuoso di non lasciare che effettuassi da solo il difficile viaggio di trasferimento che mi chiedeva di compiere.

Giusto?

Giusto.

Preparare i bagagli o sistemare i bordi sconnessi delle pagine già scritte?

Abbozzare il mancante capitolo cinque, titolandolo: “Bozzetti di famiglia”?

Di quanti Castelli, Pinete, Canneti, Tagliacapelli, Carrozzai Carrozzieri Uomini e Donne, presenti nel mio cuore con bandierine mascherate piuttosto che luminescenti, vorrei scrivere un “senza fine”?

E mia madre, mio padre, le sorelle?

Gilda?

Troppi.

Troppi, fino a domani sera alle venti.

Dei bagagli ne faccio a meno.

Bevo una mega birra super popolare.

Era di certo a breve distanza da me, a pochi metri se non addirittura in una delle stanze attigue.

Se avessi chiesto l’avrei saputo con precisione.

Le mie prime reazioni di stupore incredulità sorpresa “è così o no?”, malinconia sconforto abbandono “Che ci posso fare!”, immobilità fisica mentale sentimentale “Doveva accadere prima o poi”, vennero inghiottite insieme alla bella schiuma gialla della birra popolare e furono soppiantate da brevi fugaci emozioni mai dimenticate: i tesori ed i retaggi degli incontri determinanti per la indiscutibile amicizia tra me e la “Signora”.

La fama della mia amicizia con Aurora, in modo particolare dopo la pubblicazione di “La Notizia virgola la Condanna punto”, unitamente a tutta una serie di pettegolezzi urbani riguardanti il mio sistema di vita imbottito, dicevano, di estrema pigrizia indolenza disattenzione distrazione (io direi, invece, giusto impegno parsimonia e saggio economizzatore di beni importanti quali il tempo e lo spazio), “così o come” accadde per i films di Rochy, avevano posto la mia immagine all’apice del consenso, ma la mia vita privata nell’infernale sfera della popolarità.

-«è lui, è lui!»

-«L’amico di Aurora, venite…»

-«Ignazioooooo…»

-«Una birra popolare al signor Ignazio.

Mi permette una foto? Sì grazie. Scatta, fai presto, il signor Ignazio ha fretta.»

Un bestione alto due metri e trentacinque centimetri, tra pollice e mignolo, un giorno mi ha poggiato affettuosamente la mano sulla spalla e per poco non m’inchiodava al suolo come una palina di fermata autobus.

Una bagascia dai giochini veloci – ultra veloci – rapidi – urgenti tariffe maggiorate, mi ha baciato quasi sulla bocca nel supermercato gremito di gente e, forse peggio, ha spalmato sulle mie braccia con le sue ascelle sudaticce un indefinibile odore di capre e di pesci, di fattrici e di stalloni, di sessi e di colonie.

La bimbetta non ancora ragazzina stentava a comprendere gli ordini della mamma, però mi guardava come se fossi stato un vecchio Babbo Natale, intanto che mi tirava i pantaloni mostrando un blocchetto ed una penna per pretendere un autografo.

Sì forse è meglio cambiare programma, dicevo a me stesso durante ogni pausa di lavoro che mi consentivo (già non lo sapete, ma io lavoro, faccio il “A”.

“B” faccio l’assaggiatore di birre.

“C” faccio l’avvocato del diavolo.

“D” faccio l’uomo della provvidenza.

“E” faccio il servo degli istinti.

“F” faccio Ignazio di Frigeria e D’Alessandro.

“G” faccio l’uno e il trino più tre.

Bussano alla porta…

L’apnea è la scommessa perduta, la spirale avvolgente, il lusso svogliato.

Fine sesta puntata.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

 

Il Dispari 20240318

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

Così o come
Un racconto di Bruno Mancini
inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

https://www.lulu.com/it/shop/bruno-mancini/per-aurora-volume-terzo/paperback/product-29y6wr.html?page=1&pageSize=4

Quinta puntata

Parte Prima

CAPITOLO TERZO

C’era una volta ed ora non c’è più, è una espressione di dolore dissimulato, la maniera atavica di considerare una perdita, qualsiasi essa sia stata, al pari di un accadimento ineluttabile, una forza del destino, una scelta divina, a secondo delle diverse dottrine alle quali ci si voglia rapportare.
C’era una volta ed ora non c’è più, è comunque una frase meno sferzante e dolorosa di: c’erano una volta ed ora non ci sono più.
Meno sotto tutti gli aspetti: quantità, certezze, valori.
Non sempre è possibile accertare, per singoli eventi, quanti siano stati coloro che “C’erano!”.
Nel tentativo d’identificare chi o cosa valga l’affetto che gli dedichiamo, e ne sia degno fino al punto da meritare l’inserimento nel nostro personale elenco speciale dei “C’erano!”, dobbiamo ricostruire molte difficili certezze.
Non sono certo che esista, per ogni situazione, uno specifico sistema adatto a farmi assegnare valore alle univoche diversità, nel caso in cui esse rappresentino i tanti o tante che “C’erano!”
“Così o come”: così trama e dubbio (sempre lui), o come da rivolo a torrente, il mio segreto addio saluta le PINETE D’ISCHIA.
C’erano.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, le PINETE D’ISCHIA non ci sono più.
Proseguendo nella particolare marcia per l’avvicinamento alla efebica idea del racconto di uno spacco inciso tra le facce, di Ischia e degli ischitani, che ho amato in maniera inconsapevole, mi piombano addosso, scostumati, i canneti a ridosso delle distese sabbiose che merlavano con ricami inconsueti i bordi tra l’isola e il mare.
Era esaltante la solitudine di ascolti, tra venti e risacche, dei fruscii di lucertole verdognole e d’innocue bisce in contrappunti, duetti e contrasti con i battiti delle ali di calabroni simili ad elefanti, o di vespe ed api più veloci degli elicotteri modello da battaglia.
Ero lì.
Io c’ero.
Forse cercando vermi da usare come esche sulle trappole per uccelli, direbbe il diavoletto.
Assaporando la prima dose di una poesia drogante mai più dimenticata, direbbe il santarello.
Partecipando ad una irripetibile esplosione di schioppettante bellezza, direi io.
Così trama e dubbio, come da rivolo a torrente, il mio segreto addio
saluta i CANNETI D’ISCHIA.
C’erano.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, i CANNETI D’ISCHIA non ci sono più.
Vorrei poter cambiare almeno il corso delle mie giornate per farle iniziare dalla sera e cessare all’ora di pranzo, trasformando in sonno la pennichella pomeridiana, ed in attiva fioritura le faticose ore che le notti attuali concedono alle mie vibrazioni.
Questo racconto semplice come può essere la ricostruzione, mentre sono bendato, bendato, del mio profilo nasale, apparentemente svogliato, privo di fronzoli e inganni né più né meno di Cappuccetto Rosso, ma, in effetti, affaticato dai problemi che torcono i sogni in desideri, che intrecciano passioni ed affetti, ricordi e realtà, il nostro andare in carrozzella ed il tiro del cavallo, questo racconto mi chiamerebbe fazioso sfuggente incompleto se non menzionassi la perla nera di tutti gli abissi che sono stati perforati con malvagità ed abusivismo sulla pelle e nel cuore della mia isola.
L’orca marina uccide per sopravvivere.
Il leone marino di oltre due quintali, caccia con volteggi essenziali.
“Così o come” un rudere, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO sprigionava il lezzo dei morti ammazzati in tentativi di conquiste e difese, i profumi di spezie cortigiane e principesche, gli odori unici ed irripetibili di mirti o di muschi trasportati da brezze contrastanti tra ceneri vulcaniche e spruzzi d’onde sfacciate, gli effluvi per nulla evanescenti di sterco di muli e cavalli, i vapori solfurei della grotta deposito per polveri da sparo, il fumo della bestia rosolata a fuoco lento nel cortile delle feste.
“Così o come” un simbolo, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO scopriva senza civetteria il suo interno, ove, rinchiusi racchiusi socchiusi, mitiche alcove, ruderi anonimi, antiche fortezze e nuove prigioni, in alcune notti fungevano da segreto richiamo per giovani coppie in cerca d’ispiranti atmosfere amorose, nei giorni di festa si confacevano a lussureggiante baita per famiglie in gita domenicale con la classica frittatina di maccheroni avvolta in due piatti ed una salvietta, e, non tanto raramente, si prestavano ad accettare il ruolo di solitario rifugio per sperduti intellettuali scappati dai disincanti di schematici palazzi cittadini.
“Così o come” una gioia, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO offriva la luminosità dei nostri orizzonti naturali sparsa senza ritegno sulle profonde tracce lasciate nella rocca maniero da eventi impetuosi e passionali. Per ora basta così!
CASTELLO ARAGONESE IL CASTELLO D’ISCHIA.
Volete un residence, un ascensore, un botteghino, un ristorante, un cannocchiale sul golfo, volete una scia di storia coperta da muraglie di cemento, volete un isolotto bucato come una gruviera, squassato da malte e laterizi, illuminato con i fari ed i laser dei by night, stordito da urli urlacci musica musicaccia, volete una Vostra eredità intangibile trasformata in affare turistico: ecco a Voi IL CASTELLO ARAGONESE D’ISCHIA.
Oggi potete chiamarlo “IL CASTEL LETTO”.
Albergo a “?” stelle.
“Così” trama e dubbio, “come” da rivolo a torrente, il mio segreto addio saluta il: VECCHIO BALUARDO ARAGONESE, CASTELLO D’ISCHIA.
C’era.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, il CASTELLO ARAGONESE D’ISCHIA non c’è più.

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

CAPITOLO QUARTO

Sbambagiate anteprime di timpani.
La musica di Gershwin.

Violenta la Musa il suo clarino.
Va tutto bene.
Bacchetta d’Africa infernale.

Semplici dita ruotano sui tasti.
Tu nero tu bianco.
Le note e la bacchetta.

Riflessione in versi su un fantastico concerto diretto da Marshall e trasmesso da Rai tre alle due del 10/06/05.

“…
Ti benedica la Musa
mentre
non senza titubanti tenerezze
liberi suoni e silenzi da
orpelli congeniti
che
trascinano con affanno.
…”

Passato il tempo delle more, sopraggiunge il periodo dei fichi. Le angurie attendono impazienti.
Ora che ho quasi esaurito il rigido menabò, verde speranza come il colore di una papaia, impostomi per la millesima volta da una irriducibile vecchia vacca razionalità, ora, salve, non sono innocente.
“Ho pensato tutta la notte…” è una frase comune così o come “Ricomincio tutto da capo…”, “Coraggio.”, “Ce la puoi fare…”, “Non chiedermelo…”, “Il primo vagito.”, “Un sospiro!”, “Presente.”, “Pronto.”, “Sì.”, “No.”, “Perché?”, ma si meritano spazi consistenti in una iperbolica classifica anche “Cosa ne pensi?”, “Possiamo provare…”, “Ho preso qualcosa per cena.”, “Ci si può divertire.”, “Cos’è?”, “Come?”, “O.K.”, “D’accordo.”, “Chi è?”.
Lesto, mi preparo al meritato sollazzo di chi ha completato dopo un’ora il budget di un mese, l’oscar mi attende.
Sento una voglia gagliarda di oscurare tutto il mio lavoro riducendolo in un affresco in bianco e nero.
Neppure mi è chiaro cosa significa questa affermazione.
Forse che ogni inciso, parentesi, segno di punteggiatura, avverbio aggettivo preposizione e tutte le balzane forme di interpunzione, contengono virus malefici capaci di aggiungere sfumature ai decorati basamenti dei miei obelischi mentali, adducendoli sotto leviganti cascate normalizzanti?
Non voglio.

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

Mi benedica la Musa
mentre
non senza titubanti tenerezze
libero suoni e silenzi da
orpelli congeniti
che
trascinano con affanno.
“Così o come” (la mia nuova libidine esistenziale), non è
ancora terminato, né so se e quando avrò ancora palpiti che
m’indurranno ad aggiungere respiri e forme al suo cuore ormai pulsante, direbbe un cardiologo.
Comunque, se vuoi: Lui disse alla Musa

“……
non sia condanna, per le mie idee ansie
che nutro con poche scoregge di vita liberate dai miasmi
generali
cardinali
multinazionali

… ,
la tolleranza.
Che io sia follia,
non folle.”

Per dire che la voglia di consenso non dovrebbe convincere l’autore a togliere la scorreggia dal verso, “Così o come” nessun lettore, quantunque privilegiato, dovrebbe rompergli i coglioni con le “sue” idee, ansie, e tutto il resto.
Fin che posso, non allargo le gambe nel ruolo dell’autore, e non le accavallo in quello del lettore.
Ciao.

Fine quinta puntata.
Le precedenti quattro puntate sono state pubblicate il 29 gennaio, il 5 febbraio, il 26 febbraio e l’11 marzo.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

 

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

https://www.lulu.com/it/shop/bruno-mancini/per-aurora-volume-terzo/paperback/product-29y6wr.html?page=1&pageSize=4

Il Dispari 20240311

Quarta puntata

 Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

Altri personaggi candidati: – Andrea – Ciccio – Aniello…

Volendo comprendere le banalità insite nelle semplificazioni adoperate per ridurre in un breve promemoria una serie di azioni, tra loro simili ma differenti, è sufficiente permeare, spianare, e quindi valutare, quanto viene affermato in uno dei più celebri messaggi popolari.

Affidato a noi ragazzi dai saggi vissuti negli anni delle Pinete d’Ischia, esso proclamava: “Occhio che non vede, cuore che non soffre”.

Andrea era cieco e soffriva, sia a causa delle oggettive privazioni di cui la sua quotidianità risultava costellata, sia per i ricordi di quante meravigliose immagini avevano fermato i suoi sguardi nei tempi passati.

Egli pativa anche, o forse principalmente, in quanto il buio visivo nel quale era immerso da anni aveva dapprima circoscritta, ed infine definitivamente imprigionata, la sua indole di spontanea prorompente ricerca conoscitiva.

In un evidente contrappunto ai limiti fisici caratterizzati dalla deficiente situazione sensoriale, Andrea aveva affinata una capacità mnemonica quasi oltraggiosa a confronto di quella dei vedenti.

Ogni settimana, prevalentemente di venerdì, lo scrutavo mentre era impegnato a scandire una sequenza impressionante di colonne totocalcio alla compagnia di un esiguo gruppo d’amici.

Eseguiva, mentalmente, complicate elaborazioni.

Dettava serie enormi di dati che altrimenti si potevano attenere solo rivolgendosi a ricevitorie speciali dotate d’apposite attrezzature computerizzate.

Robotizzato, era un aggettivo che specificava bene le sue attitudini.

Non solo per lui era elementare lo sviluppo del “sistema” di sette doppie (che si articola in cento ventotto colonne di tredici segni ciascuna), ma con stupefacente naturalezza, bevendo un cappuccino e fumando un pacchetto d’Edelweiss, riusciva a dettare la serie completa di colonne di tutti gli altri sistemi, integrali o ridotti, per i quali gli si chiedeva collaborazione: quattro triple, tre triple e tre doppie, cinque triple e tre doppie ecc.

Non dico che ritenevo impossibile memorizzarne le formule, ma che mi colpiva la sua abilità di specificarne le risultanti colonne senza potersi servire d’alcun aiuto.

Insomma sono tuttora convinto che è certamente un risultato di grande concentrazione riuscire, senza neppure un foglio di carta ed una penna, ad elaborare quegli insiemi composti da tante numerose variabili.

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Altri personaggi candidati: Renato…

-«Bongiur, chi lé Renatò pittooor artistà? Pittor? Fet capellì mio peìit?»
-«Bell Madama, eccomi, tutto per tuà.
Frances, acconcia il ragas, io penso alla Francès.»
-«Al top, al top, ahhh… an top… uhhh…»
-«Franco, quante volte devo dirti di non fare uscire sciù sciù dopo cena?
Riponilo in gabbia, vedi, la Signora ha paura.
Ti ho detto mille volte di non lasciarlo libero se ci sono persone estranee!
Non lo conoscono, poverine, e credono sia un topo!
Sciù sciù!
Cherì, non ti preoccup, ora lo risistemiam nel suo allogg natural.
L’abbiamo cresciuto noi, da piccolo.
Sapess com lu er tre malconc!
Dai Franco, sbrigati.
Al piccolo i capelli li facciam con taglio modern a spazzola, oppure con baset lunghe alla marsiglies?
Franco, Franco… … e acchiappalo, sotto la sedia… come sempre il birichino.
Scend, petit cherì madame, non morde, vuole solo digerire il pollo e le patatine fritte che ha mangiat nella dispensa, è bravo, sciù sciù, non mord, scendi, Matam e scendi Signora, appoggiati, bella Signora, Madame la franceson.
Così ohhh così con il braccio intorno alla mia spal, scendi piano piano, piano, piano, lentament, fammi sentire le braccia sul collo, cazzo che zizzona, FERMATI, sciù sciù è sotto il lavello, Franco sbrigati, spicciati…  aspetta, non correre, piano, afferralo senza fretta, Madame è bona… azzo se è bona…»
-«Ahh… Ahh… eccolo…»
-«Niente paur ora ti prendo in bracc e ti porto al sicur nel retrobotté.
Francooooo… … e tieni a bada il ragazzino!»

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

CAPITOLO SECONDO

Il risveglio è a volte imbarazzante per i tanti enigmi nei quali era rimasto imbrigliato durante la sonnolenza.

Mi rendo conto di quanto sia assurda l’ambizione di regalarmi, volontariamente, un’atroce ossessione, eppure, nessun oblio mi tenta.

Il comodo abbandono di una risalita in ascensore si annulla di fronte alla vorticosa bellezza della scala acchiocciolata.

Voglio il mio.
Aspro e bollente.
Che sia il mio.

Gli architetti della vita non hanno predisposto ermetismi sufficienti ad impedire le fughe della mia fantasia.

Resterà negra e ribelle, piuttosto che conformarsi ai candori delle false fattrici di misteri.

Ai comodi abbandoni
di sbalzi
in ascensore,
vorticose bellezze
di scale acchiocciolate.
Voglio la mia.

Dalle false fattrici di misteri
insufficienti compromessi,
o Principi o Caini.

Voglio la mia
aspra e bollente.

Per assurde ambizioni
invento
atroci ossessioni:
orridi
oscuri
oblii.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle.
 
I veri architetti della vita
dileggiano
con antichi ermetismi,
o corde o grotte o celle.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia.

Imbrigliati da enigmi
di torpori,
risvegli imbarazzanti
osteggiano.

Voglio la mia fantasia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia,
in fuga solitaria.

Io sono acqua, ovverosia, il risultato di un fatto: ossigeno e idrogeno s’incontrano in una scarica elettrica.

L’uomo, la donna, idem.

A volte mi chiedo come mi comporterei, e quali scelte effettuerei, nella improbabile eventualità che un magnifico marchingegno scientifico biologico elettronico spaziale sfavillante (sfavillante è sì fuorviante ma attinente), sconvolgente e dissacrante, insomma iper moderno globalizzato (l’attrezzo di una estrema concezione della vita, il pomo del nuovo peccato originale, il sogno di ogni folle ricercatore artista autista di viaggi impossibili madre di flotte frignanti magnifici regnanti e scomodi accattoni utili servi e pavidi legionari…), rendesse possibile la retro metempsicosi.

Poter scegliere, prima di dissociare i contorti meccanismi molecolari che mi governano, in quale “X” già vissuto volermi riprodurre per proseguirne le abitudini e sopportarne i difetti.

Un cane, una pietra, un uomo?

Ai comodi abbandoni
di sbalzanti ascensori,
vorticose bellezze
di scale acchiocciolate.

Voglio la mia.

Per assurde ambizioni
m’invento atroci ossessioni:
orridi
oscuri oblii.

Voglio la mia
aspra e bollente.

Dalle false fattrici di misteri
insufficienti compromessi,
o principi o caini.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle.

I veri architetti della vita
dileggiano
con i loro antichi ermetismi,
o corde o grotte o celle.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia.

Imbrigliati da enigmi
di torpori,
risvegli imbarazzanti
osteggiano.

Voglio la mia fantasia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia,
in fuga solitaria.

Ma non scherziamo!

è già tanto se l’ippocampo non risulta inserito nella lista dei protetti, a guisa (che sciccheria “a guisa”) dei pentiti pluri extra super assassini.

I pipistrelli ci sono riusciti.

Forse con qualche raccomandazione, oppure, com’è documentato nell’archivio storico della mia immaginazione, con larvate minacce di penetrazioni notturne nelle quiete stanze dei rampanti animalisti ambientalisti autonomisti assolutisti accreditati difensori di tutto quanto esiste, fu, esistette, fu stato, è.

Un pipistrello in cambio di cento zanzare sarebbe un affare?

Nelle cities (plurale di city: città!) dagli immensi benesseri malesseri ossessi o sessi o calci nelle palle, sollecitati sbirri dondolano chiappe bucate per soldi e per potere.

Si sbaglia chi crede che ogni violenza è vincente, «così o come» un dito nel culo, ma non è per nulla certa la sacrale conquista da parte di ogni desolata pietà.

Ma non scherziamo!

Giulio era un uomo d’onore o di onore?

Ne farò una poesia.

Le guardie notturne
attaccano all’alba
la chiave alla bacheca,
i nostri giornali
il prode ed il bislacco.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
Gl’ippocampi sguazzano
in ogni polla
al pari di pesci,
i nostri Giulio Generale
tra i baci dei prudenti.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare.
Ossessi dondolanti
per soldi e fra poteri
bucano chiappe cittadine,
i nostri uccelli neri
ronfanti animalisti.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare
per la sacrale conquista.
A Roma si scopre il
bianco alla finestra
sbaglia chi crede,
a Cuba
il rosso nella cella.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare
per la sacrale conquista
della vostra libertà.
 
Fine quarta puntata.

Le precedenti tre puntate sono state pubblicate il 29 gennaio, il 5 febbraio e il 26 febbraio.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240311

Per Aurora

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

l Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini inserito in

“Per Aurora volume terzo”

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Terza puntata

Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

Costui, in fondo, era un uomo gioioso e collerico, sensuale rude e tenero, bislacco e profondo, futile e sottile. Un brivido per donne di sani tradizionali principi, per maschi timorosi di confronti e per tutte le belle statuine dei presepi viventi allestiti nelle piazze e nelle feste di paese.

Nessuna persona provvista di buon senso avrebbe voluto provocare un confronto con la sua dissacrante, violenta ed anarchica mancanza d’auto ironia:

-«Coloro che bussano alla porta, i bussanti, i bussatori – e così anche il liquido di una bottiglia dal tappo di sughero biondo come la schiuma della mia birra commerciale o come i baffi scoloriti dalle tremila sigarette che fumo in meno di cinquanta giorni – non sempre sono i migliori nel catalogo degli attesi.

Io credo che l’America avrebbe dichiarato guerra al Giappone per l’affronto delle Hawaii, ma non si sarebbe impegnata nello scacchiere europeo se l’Italia non fosse stata in lizza.

Il Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Senza la partecipazione del nostro Duce al conflitto, loro, le stelle e strisce, avrebbero comodamente sistemato l’orticello acquatico del vicino Pacifico non creandosi altre preoccupazioni.

Le fabbriche di cannoni ed ogive per proiettili dalle svariate caratteristiche, avrebbero continuato a produrre utili e benessere economico con minime perdite di vite umane, sia in regime di guerra, sia nel successivo tempo di ricostruzione.

Ma “la popolo ed il popolazione” nel continente a stelle e strisce era formato in maggioranza da itali americani.

“Non salviamo i nostri cugini zie e nipoti amici fratelli padri nonni madri cumparielli padrini sorelle consanguinei conoscenti? Il cattivo li opprime.

Noi siamo la libertà.

Loro, gli Italioti, custodi delle nostre radici, delle nostre origini, delle nostre fedi, sono persone a noi care. I nostri consanguinei sono ingenui, semplici, affettuosi, docili, simpatici, gentili, ospitali.

Sono poveri scemi imbrogliati dal fottuto figlio di puttana. Abbiamo lottato contro le Montagne Rocciose, gli Apache, il Fiume Colorado, Geronimo, ed il Deserto del Nevada, che facciamo, gli spettatori nella corsa alla conquista dell’Italia, l’origine delle nostre origini?

Non sia mai detto!

Andiamo.

WE GO.”

E vennero.

Non piangere, bambino, tua madre fu violentata da truppe marocchine, sì, sotto il comando di…, sì, sì, sì… ma non erano i cugini, neppure le settantamila, settecentomila, sette milioni, sette miliardi di tonnellate di bombe a tonnellate sui vicoli palazzi spiazzi giardini pubblici scuole chiese alberghi prostiboli… et de hoc satis.»

Questo racconto tenta di forzarmi la mano ed impormi continue traiettorie, contigue confinanti collaterali collegate complici comuni compiacenti, che non rientrano nella serafica visione morfologica che inizialmente avevo architettato.

Il breve ritratto di un Costui spolverato dal manuale del tipico esistenzialista pacifista comunisteggiante anarcoide, non prevedeva la messa in scena di un superbioso trattato storico sociale.

Costui quindi tornerà accanto alle altre figure nobili della ormai distrutta civiltà che abbiamo vissuto nella ex Isola Verde. Tuttavia, per non convalidare la tesi secondo la quale non avrei rispetto per nessuna giusta curiosità, e tanto meno per gli ormai codificati standard letterari, completerò in poche righe la tesi elaborata da Costui.

Il Cattivissimo perse la guerra, poiché aveva commesso l’errore madornale ed irreparabile di pretendere l’alleanza del Semi Cattivo. Ciò in quanto tutte le operazioni militari del suo Sub alleato si rivelarono tanto velleitarie quanto inutili e dispersive.

La Grecia, l’Albania, la Libia, l’Eritrea, l’Egitto, l’Etiopia, Malta, Cirenaica Trento e Trieste pur non essendo di alcuna valenza nella economia bellica, crearono ostacoli di grossa portata alle armate del Super Io chiamate in soccorso dei bravi soldatini disarmati affamati e male equipaggiati che il Mini Dux aveva gettato allo sbaraglio al grido di “Avanti savoiardi”.

Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226

Un giorno sì e l’altro pure, “Egli, il mini” mandava emissari a chiedere aiuti “Il pan ci manca”, e ad implorare “Benzin benzin”. Per di più generali afflitti dalle vicende di Taranto, Capo Matapam, Tobruc, e poi Grecia, e poi e poi… aggredivano, si fa per dire, il Maine Super con assillante continuità.

Da queste considerazioni Costui traeva la conclusione che il Baffo Tedesco, senza l’intervento raffazzonato e sconclusionato dell’Amico Guaifondaio, potendo utilizzare in maniera non dispersiva forze superiori sui fronti strategicamente determinanti, sarebbe riuscito a sopraffare le difese nemiche.

Egli rafforzava questa sua tesi elaborando il concetto che le Stelle e Strisce erano entrate in guerra contro il Super Deux solo in ragione della presenza dei Nostri concittadini (piccolo interessuccio economico populistico).

Non tutti siamo d’accordo.

Non tutti abbiamo natura di “affermanti”.

Non può non esserci un limite.

è vero che il Super comandava il plotone di esecuzione, ma erano altri a premere i grilletti.

Allora io ancora non sapevo che nello stesso giorno del mio secondo compleanno il Super Iper Max Baffo Maine aveva ammazzato pure se stesso!

Suicida.

Altri personaggi candidati: – Andrea – Ciccio – Aniello…

Volendo comprendere le banalità insite nelle semplificazioni adoperate per ridurre in un breve promemoria una serie di azioni, tra loro simili ma differenti, è sufficiente permeare, spianare, e quindi valutare, quanto viene affermato in uno dei più celebri messaggi popolari. Affidato a noi ragazzi dai saggi vissuti negli anni delle Pinete d’Ischia, esso proclamava: “Occhio che non vede, cuore che non soffre”.

Andrea era cieco e soffriva, sia a causa delle oggettive privazioni di cui la sua quotidianità risultava costellata, sia per i ricordi di quante meravigliose immagini avevano fermato i suoi sguardi nei tempi passati. Egli pativa anche, o forse principalmente, in quanto il buio visivo nel quale era immerso da anni aveva dapprima circoscritta, ed infine definitivamente imprigionata, la sua indole di spontanea prorompente ricerca conoscitiva.

In un evidente contrappunto ai limiti fisici caratterizzati dalla deficiente situazione sensoriale, Andrea aveva affinata una capacità mnemonica quasi oltraggiosa a confronto di quella dei vedenti. Ogni settimana, prevalentemente di venerdì, lo scrutavo mentre era impegnato a scandire una sequenza impressionante di colonne totocalcio alla compagnia di un esiguo gruppo d’amici. Eseguiva, mentalmente, complicate elaborazioni. Dettava serie enormi di dati che altrimenti si potevano attenere solo rivolgendosi a ricevitorie speciali dotate d’apposite attrezzature computerizzate. Robotizzato, era un aggettivo che specificava bene le sue attitudini. Non solo per lui era elementare lo sviluppo del “sistema” di sette doppie (che si articola in cento ventotto colonne di tredici segni ciascuna), ma con stupefacente naturalezza, bevendo un cappuccino e fumando un pacchetto d’Edelweiss, riusciva a dettare la serie completa di colonne di tutti gli altri sistemi, integrali o ridotti, per i quali gli si chiedeva collaborazione: quattro triple, tre triple e tre doppie, cinque triple e tre doppie ecc.

Non dico che ritenevo impossibile memorizzarne le formule, ma che mi colpiva la sua abilità di specificarne le risultanti colonne senza potersi servire d’alcun aiuto. Insomma sono tuttora convinto che è certamente un risultato di grande concentrazione riuscire, senza neppure un foglio di carta ed una penna, ad elaborare quegli insiemi composti da tante numerose variabili.

Il Dispari 20240226

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DILA

NUSIV

 

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Professionisti DILA APS 20240419 – Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240419 – Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240419 - Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240419

Līga Lapinska intervista Sas’ a Tatarinceva (sette anni)

“Sogno di esporre i miei disegni e danzare in Italia e Turchia”

Alla Dukhova (Russia), coreografa e fondatrice dell’ensemble di danza “Todes” disse: “Io credo che i bambini dovrebbero ballare. Per un bambino, ballare è sia un’attività fisica sia lo sviluppo dell’orecchio musicale.”

Henry David Toreau (USA), filosofo naturalista e poeta disse: “Ogni bambino, in una certa misura, ricrea questo mondo ed è reso molto felice dallo stare all’aria aperta anche nella stagione umida e fredda. Gioca seguendo il suo grande istinto…

L’essenziale è che imparino non cosa significa la vita all’aperto, ma che la nostra vita debba essere accogliente in un senso più ampio di quanto di solito pensiamo.”

Sas’ a Tatarinceva (Lettonia) dice: “Sogno  di esporre i miei disegni in una mostra per sapere come essi vengono valutati.”

Secondo me,  Sas’ a Tatarintseva è un’artista nato, che comprende la connessione dei processi naturali e, parafrasando un po’ Thoreau, scopre di nuovo il mondo della creazione nella natura in ogni suo disegno.

Ecco, la prima parte della intervista che Sas’ a ha rilasciato in esclusiva per i lettori del quotidiano IL DISPARI Diretto da Gaetano Di Meglio su invito dell’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS” della quale sono stata Socia Fondatrice ed ora sono Socia Onoraria.

Cara Sas’ a, dove sei nata e quanti anni hai?
Cosa vuoi diventare?
Cosa desideri di più?
Sas ‘a: Sono nata a Riga. Ho sette anni. Ho iniziato a disegnare all’età di due anni. 
Voglio diventare un’artista.
Mi piace anche cucinare e ballare: ballo regolarmente con successo nell’ensemble di danza TODES, fondato da Alla Dukhova, la cui troupe comprende sia adulti che bambini.
Nello studio di danza TODES, fondato 25 anni fa da Alla Dukhova imparo la coreografia classica, acrobazia, recitazione artistica, hip-hop, danze contemporanee, RnB, stile moderno, house, waking e molti altri stili di danza, oltre a partecipare a spettacoli.
 
Liga Sarah: Cosa ti piace fare, Sas’a?
Sas’a: Mi piace molto cucinare, soprattutto spaghetti alla napoletana, varie torte e biscotti,  insomma i prodotti a base di farina.
Ai lettori del quotidiano “Il Dispari” propongo la seguente ricetta della torta friabile ai lamponi, inventata da me.
Ecco, la ricetta della torta sbriciolata di lamponi: mettete la farina e lo zucchero in una ciotola;
grattugiate il burro o tagliatela in mattoncini; mescolate il burro con la farina in briciole; versate una metà della mollica in una forma rotonda del diametro di circa 22 centimetri e premete un’ po’ questa pasta manualmente; mettete questa forma e un’altra metà delle briciole in frigorifero per circa 20-30 minuti.
Il ripieno da preparare: stendete i lamponi con la pasta frolla e lo zucchero a velo.
Mettete i lamponi nell’impasto e impastate questa massa in modo omogeneo; spruzzate la seconda parte della massa con l’aiuto di un cucchiaio; spostate questa massa in un forno riscaldato a 180 gradi. Cuocete la pasta per circa per 40 minuti.
Una torta già fatta dovrebbe essere raffreddata per intero. 
Infine, gli ingredienti necessari per fare le briciole: Farina 300 grammi; zucchero 150 grammi;  burro.
Il ripieno: lamponi 500 grammi.
Buon appetito e benvenuti in Lettonia, città Jelgava, ospitati da Sas’ a e dalla sua famiglia.

Direttore Gaetano Di Meglio

Pagina a cura di Bruno Mancini

Capo Redattrice Angela Maria Tiberi

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Enigmi dal mondo, poesia di Liga Lapinska interpretata da Chiara Pavoni, musica Roberto Prandin

Enigmi dal mondo, poesia di Liga Lapinska interpretata da Chiara Pavoni, musica Roberto Prandin

Enigmi dal mondo


Anima, anima cara

Enigmi del mondo

Omaggio a Bruno Mancini

 

Il groviglio delle voraci si srotola.
Le piccole radici con l’epitelio delle scacciamosche
si formano attraverso
il regno sotterraneo di Vulcano.
La lava e l’audace delle ceneri
restano
quando il fuoco si spegne.
La luna nuova ancora timida
sorride nel vetro
della tua finestra.
Decoriamo,
giochiamo,
pieghiamo,
saldiamo,
evoè,
noi, le principesse, gli eroi, i gangster,
giocando solo noi stessi.
Non è che è una concorrenza leale.
Restano i sogni dolorosi
e le bambole sbucciate.
Un tradito e nostalgico poltergeist
e i fantasmi della siesta gelida
restano.
Verranno
a trovarti domani
tutti loro
sui mustang pazzi dei western antichi,
lungo il Mar Mediterraneo,
lungo il Golfo di Napoli,
con una vela bianca ed ariosa
come nelle canzoni napoletane.
L’atterraggio delle coccinelle.
La vigilia del Sabbath.
L’odore rosa delle mirre volanti
derivata dell’era Devoniana
ai licheni ambrati delle dune,
contemporaneamente,
per la sete delle gesta eroiche.
L’ostinata negazione
di sé stesso.
La tristezza indefinibile
che cresce
in qualche anima cara.
Devi restare qui
avendo un paio d’ali
della cerbiatta bianca,
per superare
l’ultima paura dell’eternità.

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Professionisti DILA APS 20240418 – Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240418 – Il Dispari Luciano Somma

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LUCIANO SOMMA | COLLABORAZIONI TELEVISIVE  (Puntata conclusiva)

Negli oltre vent’anni di attività come speaker che mi ha dato popolarità e soddisfazione, mi fa piacere notiziare anche quella Televisiva molto frequente e ricca di video ascoltatori.

Quelle Napoletane A TELENAPOLI che all’epoca aveva come direttore il M° Armando Soricillo, autore del brano dello Zecchino d’oro: ”AVEVO UN GATTO NERO” che ancora oggi viene trasmesso in programmi musicali per bambini, (Nel 2006 in un villaggio del Gargano ho conosciuto il figlio Vincenzo professore universitario in alta Italia).

Mi fu presentato da un mio cliente e mi ospitò alla TV (era via cavo).

Quella sera lessi alcune mie poesie Napoletane tratte dal libro “DIMANE”.

Il giorno dopo, visitando alcuni clienti alla ferrovia, moltissimi mi fermarono per complimentarsi dandomi un segno tangibile di estremo gradimento: l’audience era stata di decine di migliaia di persone…

Seguirono alcuni canali tra i quali TELEVOMERO – TELECAVA – TELESALERNO – TELESANGIORGIO, sempre come ospite, insieme a diversi personaggi noti del teatro e della canzone.

Tranne in rare occasioni i programmi venivano registrati, non volevo rischiare, infatti, di commettere qualche errore, del resto mai verificatosi, e dunque qualcuno di questi programmi l’ho ancora conservato in cassetta anche se non ho più il lettore adatto!

Ma quello che mi ha dato maggiore soddisfazione è stato il monologo NON E’ MAI TROPPO TARDI su RAI2.

Era Maggio 2005 quando la RAI mi inviò, qui a casa, alcuni operatori per riprendere me, parte della mia famiglia e per parlare un po’ della mia vita.

Un monologo girato tra il Salone e lo studio che durò circa 30 minuti, dove spiegavo i vantaggi di internet, specie dopo la sessantina, e come usare il PC coi vari contatti di allora e le varie masterizzazioni.

Fu mandato in onda nel Settembre 2005 ed ebbe un ottimo ascolto considerato l’orario della messa in onda (le 10 del Mattino) da un pubblico per lo più femminile, dato l’orario, che gradì molto. Ricevetti diverse telefonate, sull’elenco telefonico ero l’unico LUCIANO SOMMA presente.

Dopo qualche mese la registrazione della puntata fu trasmessa su RETE 5 dell’Avv. Carlo Carbone con la quale pubblicavo video da qualche anno.

Anche in quell’occasione l’indice di ascolto fu enorme.

Per questa Rete avrei dovuto girare, come protagonista, un film che però per vari motivi non fu più realizzato.

Persi così l’occasione per completare le molteplici attività facendo anche l’attore.

Anche se nel 2012 girammo una serie di 9 episodi di LUCIANO AMBROGINO E CLEMENTINA

da me ideata con la collaborazione di Carmen Auletta, nei quali curai anche la regia e ne fui protagonista.

Si conclude qui questa mia ulteriore e magnifica esperienza, che si aggiunge ad altre attività che prossimamente racconterò in esclusiva a Voi lettori del quotidiano IL DISPARI come contributo della mia collaborazione con l’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS” della quale sono stato Socio Fondatore ed ora sono Socio Onorario.

LUCIANO SOMMA

Professionisti DILA APS 20240418 - Il Dispari Luciano Somma

Luciano Somma – Rita Cuccaro

Professionisti DILA APS 20240418 - Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240411 - Il Dispari Luciano Somma

Luciano Somma | COLLABORAZIONI RADIOFONICHE

(seconda puntata)

 

Come promesso nel precedente articolo adesso voglio raccontare alcuni episodi, quelli che ricordo, verificatisi nei vent’anni di mie collaborazioni fisiche con le varie emittenti.

Alla prima emittente del 1976 in occasione delle prima puntata, eravamo nello studio io ed il tecnico, avevo bisogno d’un supporto per mixare il tutto e ricevere e filtrare le telefonate in diretta. Mi venne voglia di andare in bagno per un atto piccolo, grande fu la mia sorpresa nel trovare la porta chiusa con un catenaccio.

Arrabbiatissimo telefonai al proprietario che mi disse che poiché durante il giorno la radio si avvaleva di alcuni ragazzi, piuttosto turbolenti, era stato costretto a quella decisione drastica, comunque si scusò inviandomi le chiavi del catenaccio e così, come Dio volle, per quasi 2 anni non ci furono altri screzi.

Sempre a quella radio parcheggiavo l’auto davanti al portone, il locale si trovava nei pressi del porto di Napoli, un’AMY8 acquistata pochi giorni prima perché la precedente Fiat 127 mi era stata rubata.

Alle 3 di notte, a fine trasmissione, rimasi basito nel vedere che 2 marinai di colore urinavano nella parte posteriore dell’automobile.

Nel vedermi dissero che era una bella macchina, mi guardai bene nel rispondere, erano ubriachi fradici, finalmente se ne andarono e io presi possesso dell’auto che portai di prima mattina del giorno dopo al lavaggio!

Ciò che mi era stato in un primo momento negato dal proprietario dell’emittente aveva trovato nei due buontemponi Americani un posto, naturalmente inadatto, per soddisfare i loro bisogni corporali.

Spesso nelle trasmissioni in diretta giungevano alcune telefonate che, nonostante fossero filtrate, qualche volta si presentavano offensive.

Una di queste metteva in dubbio la fedeltà di mia moglie dicendomi di avere le corna.

Mi feci passare la telefonata in privato e dissi all’interlocutore che se aveva fegato lo aspettavo fuori dall’emittente, ma naturalmente il vigliacco fece cadere la linea e sparì per sempre…

Un altro episodio simile mi capitò alla CRC di Portici del Compianto Tiberi, ero in trasmissione con Giuseppe Santagata quando all’una  circa di notte arrivò un’altra telefonata, questa volta di minacce, la voce dall’altro capo ci disse che sarebbero venuti lui ed alcuni amici a “Cresimarci”, questo fu il termine usato.

La cosa c’intimorì perché non conoscevamo la zona e avevamo saputo che il pericolo era serio e veritiero.

Telefonammo alla Polizia locale e restammo quasi fino al mattino segregati nei locali della radio con 2 agenti.

Spesso collaboravano con me amici poeti ed ospiti illustri, oltre a Giuseppe Santagata, Leo Barone, Antonietta Pagliarulo, Rino Vittozzi, Peppe Russo, Tecla Scarano, Salvatore Tolino, Aldo Zolfino. Mmentre a RADIO ISCHIA il grande Ottavio Nicolardi, genero di E.A.Mario, Vincenzo Giandomenico, Rosetta Fidora Ruiz e tanti altri, veramente un numero considerevole che se anche riuscissi a ricordarli anche parzialmente ci vorrebbero diversi articoli per nominarli tutti. Appuntamento alla prossima con la conclusione delle mie collaborazioni anche in TV.

LUCIANO SOMMA

Professionisti DILA APS 20240411 - Il Dispari Luciano Somma

 

Professionisti DILA APS 20240404

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

LUCIANO SOMMA | COLLABORAZIONI RADIOFONICHE

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

Le mie prime collaborazioni alle Radio e TV libere risalgono al 1976.

La prima in assoluto fu con RADIO ORIZZONTI, dove, grazie a mia nipote che presentava un suo programma, mi fu offerta l’occasione di organizzare alcune notturne in diretta telefonica, con poesie lette da me e canzoni di autori vari.

Da allora fui ospite o conduttore di moltissime emittenti e TV, coadiuvato da moltissimi poeti e personaggi dello spettacolo.

Fare dei nomi mi diventa difficile perché furono veramente troppi.

Si faceva notte inoltrata e si finiva intorno alle 4 circa del mattino.

Avevamo ascoltatori non solo a Napoli città, ma anche molti a Ischia e soprattutto in provincia e finanche in altre località della Campania.

Fino al 1995, ossia in prossimità del pensionamento della mia attività di rappresentante avvenuta nel 2000.

Fisicamente, da allora, non sono più intervenuto, ma comunque da quell’anno, da casa, ho collaborato con alcune emittenti attraverso il web.

La più importante NON E’ MAI TROPPO TARDI nel 2005, dove RAI2 mi fece fare una puntata dal mio studio inviandomi suoi dipendenti a registrare.

Fu un’esperienza molto interessante con un monologo durato circa 30 minuti nel quale spiegavo vantaggi e svantaggi di usare internet ad una certa età…

Da quel periodo scrissi i testi di moltissime canzoni e sigle per animazioni turistiche.

Inviavo i Cd alle varie radio e molte di esse mi trasmettevano i brani o mi facevano interviste come ad esempio SAMMY VARIN dell’allora RADIO PADANIA che parlava dei vari territori tra i quali la Campania.

Ancora RADIO BLU NAPOLI di Gino de Vita – Radio Italia dall’Australia, l’attuale  Radio Emozioni Live di Tony Esposti che ancora oggi ogni Sabato dalle 17,30 alle 19 manda in onda mie poesie recitate e mie canzoni.

Anche in questo caso vorrei tanto fare dei nomi, ma sono veramente tante, alcune estere dalla Romania, Francia, e da tanti altri paesi Africa compresa.

Negli ultimi anni moltissime sono state le interviste telefoniche, ed altre in TV e prodotte con la web camera, tutte seguite da migliaia di visualizzazioni, a dimostrazione di un grande interesse per l’arte e per la cultura.

Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare cosa che farò nel prosieguo.

In tanti anni alcuni episodi restano fermi nella memoria a testimoniare un’esperienza sicuramente irripetibile che ha lasciato in me la grande voglia di continuare anche se, per motivi di salute, purtroppo posso farlo solo da casa.

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

Professionisti DILA APS 20240314

Professionisti DILA APS 20240314

Luciano Somma | LE RADIO AD ISCHIA

terza puntata

Concludiamo con questo articolo la breve numericamente, ma intensa panoramica delle radio ad Ischia.

Intendiamoci non escludo che magari negli altri 5 comuni ci fosse qualche altra emittente ma io non ne sono mai venuto a conoscenza.

Certo non  potevo nel mio lunghissimo soggiorno conoscere tutto di tutto, la mia memoria si sofferma soprattutto su alcuni episodi che colpirono nell’estate del 1973 come il colera che mi tenne circa due mesi e mezzo lontano da Napoli ed il terremoto del 1980, entrambi superati con grande forza di volontà dalla popolazione tutta.

Ma torniamo all’altra emittente: RADIO ISOLA VERDE gestita  da Cesare, che di lavoro era un pompiere ma un grande appassionato di poesie e canzoni.

Una sera fummo ospiti di Radio Isola Verde, io ed il poeta Giuseppe Santagata, per presentare il libro di poesie di quest’ultimo dal titolo SINCERAMENTE, con la mia prefazione.

Nel corso della trasmissione il proprietario Cesare ci offrì 2 bottiglie di vino bianco che bevemmo con gusto ma dettero un effetto inedito.

Dopo qualche ora eravamo entrambi brilli e facemmo diverse battute.

Al mattino seguente diversi amici di spiaggia, che avevano ascoltato fino a tardi, ci fecero notare ridendo alcuni passaggi.

Peccato che non si registrò!

Molto accoglienti i conduttori che avrebbero voluto facessimo almeno un bis ma la cosa non fu possibile perché nel 1983 terminò la mia presenza sull’isola.

Un volta a Napoli continuai fino al 1995 a collaborare ancora con molte radio e TV della Campania. Avrei voluto continuare ancora ma avendo acquistato un villino a Roccamonfina (Caserta) il tempo libero ed il fine settimana preferii trascorrerlo con alcuni parenti in una zona dove la castagna era la regina e la faceva da padrona e dunque dal mare ai monti, avevo casa a 650 metri sul livello del mare, dove l’aria era un po’ umida ma d’estate si stava benissimo.

I bagni li facevamo a 40 minuti d’auto a Mondragone, così diverso dall’azzurro mare Ischitano, perché, causa il fondale, era di colore marrone, ma non c’erano alternative…

Dopo il 1999, anno di vendita della mia villa, le mete estive furono Palinuro, parte della Calabria, poi le Puglie con Torre Canne (Brindisi) ed il Gargano e successivamente dal 2013 fino al 2019 a Minturno (Latina).

In molti villaggi turistici scrissi molte sigle per animazioni, intervenni in qualche spettacolino teatrale e le radio divennero solo un ricordo.

Dal 2000 però, anno del mio pensionamento, ho collaborato da casa attraverso il PC con moltissime emittenti, decine le intervista, addirittura una trasmissione nel 2005 in TV a RAI2 dal titolo NON E’ MAI TROPPO TARDI girata tra le mura di casa con una troupe televisiva.

Ad Ischia vi sono tornato un giorno del 1999 con mio figlio Sergio che venne a visitare alcuni suoi clienti essendo rappresentante di materiale edilizio e nel Novembre del 2000 per qualche giorno con una cugina di mia moglie col marito.

Ma non ci fu il tempo di visitare le Radio, l’unico posto amico fu COCO’ GELO ad Ischia Ponte dove il compianto Salvatore ci accolse con molto affetto e dove, come sempre si mangiò alla grande.

LUCIANO SOMMA

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Luciano Somma

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Professionisti DILA APS 20240307

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Direttore Gaetano Di Meglio

Pagina a cura di Bruno Mancini

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“Anima, anima cara” e “La canzonetta di un putano” di Liga Sarah Lapinska Legge Chiara Pavoni

“Anima, anima cara” e “La canzonetta di un putano” di Liga Sarah Lapinska Legge Chiara Pavoni

 

 

“Anima, anima cara” e “La canzonetta di un putano”


Anima, anima cara

Oh, anima cara, non alzarti
nelle tue ali di un angelo rosso
non alzarti, non stancarti –
con la terra verde,
con i semi di palude,
con una nuvola
in una croce oscura della chiesa
calmati, oh calmati!
Che tristezza rosea –
come se nella sua barchetta
di canne un pastore sacrosanto
passasse accanto con un palo,
proprio il dio del sole e dell’oro.
Che onde tremanti
dove il ghiaccio si è sciolto
o forse un gelato sciolse.
Perché qualcuno ci sarà sempre
che non si aspetterà:
primavera,
amore,
apprezzamento,
salario.
Che tristezza rosea!
L’incenso pesante come una carezza,
le preoccupazioni
se ne sono andate,
le preoccupazioni se ne sono andate, con calma.
L’incenso pesante come una carezza è venuto
con le scarpette persiane
con le perline vive decorate.
Non voglio io credere nella morte,
al fallimento e all’abbandono
mentre l’orizzonte nostro urla.
Che tristezza rosea.
Ma quell’usignolo grigio
che cantava gli inni
del nostro amore
è già morto.
Uno sciacallo solitario
cerca una tomba comune,
come un archeologo
o come un antico chirurgo
curiosissimo.
Devi credere anche tu,
anima cara mia,
nelle sabbie mobili
che spolverano presto.
Ne varrò la pena,
negli arcobaleni
e nei nuovi
più brutti soli,
inoltre usignoli.
Io rinascerò
nelle fianciulline
con gli anellini di rame.
Non piangere, ridere
insieme agli usignoli di quest’anno, attuali,
grigi, sofici, infantili
come lo studio
della rugiada e dei piccoli cespugli.
Che tristezza rosea,
che orizzonti rosa!
Ahimè, anima, anima cara!

La cazonetta di un’ putano

Ti seguo dall’altra parte
mentre sei tu non più
indifeso, e sottovalutato
verso una camera polverosa
in un alberghetto di Barcellona
in cui le antiche lampade arabe
regalano la luce benedetta,
ammorbidendo le rughe
nel viso pesante del tuo padrone,
e tintinnando la sua voce metallica.
Brillando l’azul oscuro
dell’intelaiatura saturniana
dell’aureola tua.
Mah, quanto è bello
di sentirti necessario,
non stanco morto
e ancora ragazzino!
Grazie a lui,
il signore tuo su questa terra,
tu cominci a capire
quell’altro amore
chi comanda non solo ubbidisce,
che brucia, non solo lenisce,
che non genera, ma anche uccide.
Le rizome, piene di rugiada
nel giardino recinto moresco
sulla soglia ci aspettano, gigantesche.
Il paradiso sulla terra
come l’esistenza
di un giorno a buon mercato,
trasformato alla vocazione,
inoltre nel desiderio di riempirlo.
Mi perdonerai
il mio carattere clemente;
ti perdonerò
i tuoi ingenui bracciali in bronzo
e la tua fede incrollabile
che sono buone tutte le creature
e che tutti i fiori sono
le stelline di Allah,
invece tutti i funghi
sono mangiabili.
Tu suonerài il liuto
ma lui ballerà
come nell’infanzia,
con i piedi leggeri.
Solo una canzonetta
per noi, vagabondi,
decadenti, emigranti,
per noi, moriscos
zingari, vichinghi.
Avremmo una casa eterna
o, meglio, una casa diurna.
Solo nella musica bastano le corde,
solo nell’arcobaleno – i colori,
come
in un’antica scatola di acquerelli,
non essendo in grado
confessare a se stesso
che distingui pure tu
dall’infanzia tua,
andando avanti
sempre più spensierato
in un domani apocalittico
senza la brama di conquista, senza i rumori
di un banchetto sconosciuto,
senza la fertilità del frumento,
nessuna più fatiscente capannetta di tronchi.
Perciò più superficiale
umiliato diventerà.
Perché quello umiliato
come l’ultimo imperatore governerà
in qualche regno dove è stata
la pena di morte annulata,
tutti gli ius primae noctus,
come anche
il bruciamento dei ponti
e la libertà eccessiva.
Dove ogni morte lenta,
carcere o poca fede diventa
la luce del mattino
e nell’impeto quotidiano
nella vita istante.

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I giochi da bambino di Gengis Khan – Poesia di Liga Sarah Lapinska – Legge Chiara Pavoni

I giochi da bambino di Gengis Khan – Poesia di Liga Sarah Lapinska – Legge Chiara Pavoni

I giochi da bambino di Gengis Khan - Poesia di Liga Sarah Lapinska - Legge Chiara Pavoni

I giochi da bambino
di Gengis Khan


Con cosa giocavi da bambino ?
Tu, che sei capo
delle tribù e delle loro vite?
Tu, l’interprete e il praticante
delle fate morgane desertiche
del Gobi, oh, Gengis Khan?
Tu, con la tua aura rossa
in quali fonti di vita
e in quali abissi
brillavi, scappavi?
Con quali sonagli
la tata tua, una centenaria,
o con una stampella di ginko
ti ha cercato di intimidire?
Quale scettro Il babbo tuo,
sempre ubriaco, sempre allegro
con te, il suo amato pastorino,
a causa della macellazione
del tuo primo agnello
ti ha regalato?
I lati del corpo
s’alzano di orrore.
Gli occhi strappano
e tutte e quattro le gambe
come la legna di ardere
sono legati insieme.
Gli agnellini
sono nati solo per vivere.
È una tale strana abitudine – macellare,
piuttosto che essere macellato.
Con chi giocavi tu
nella tua infanzia incompiuta?
Avevi la paura dei serpenti?
Ti è dispiaciuto per l’agnello?
Dopo, hai potuto
persino sorridere con tutti i denti?
Ecco, la tua unica bambola
proprio come
di un vagabondo ittita –
una catasta semplice.
Solo gli occhi tuoi sono
pietosi come di un agnello,
con l’odore del ginepro
e dell’ avventura selvaggia in essi.
Il serpente del Paradiso
produce i suoi succhi velenosi.
Una crosta non tagliabile
dall’albero di ginkgo
nel colle tuo di Giove,
nel palmo tuo sinistro.
L’amica nella tua lacrima.
Il profilo tuo di un’aquila
come
nei medaglioni persiani.
Un cerchio
del tuo orecchino brilla.
Ecco, il tuo ultimo diario,
ancora accogliente e tenero,
fino alla registrazione
nella grande mappa stellare,
in cui hai scritto già
con l’inchiostro l’antico egiziano
quello che non dovevi
nemmeno desiderare:
Voglio il mondo intero!
Gli agnelli legati urlano,
i giovani soldatini
la loro avara felicità
oltre l’orizzonte cercano,
in un altro inferno,
in un’altra Samarcanda,
in un’altra perla,
cos’altro sotto la laguna
tenta;
in un altro sogno
di tutti i futuristi.
Ma che sole triste
scava, sta scavando
le tue radici benedette
nelle ossa di un giovanotto,
non vissuto la vita abbastanza,
un pastorino.

I giochi da bambino di Gengis Khan - Poesia di Liga Sarah Lapinska - Legge Chiara Pavoni

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11 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

11 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

11 aprile 2024

Giovedì 11 aprile 2024 ore 18:30 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

TERRA FUOCO ACQUA ARIA

Vernissage della Mostra Fotografica di Rocco Scattino

11 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

 

Interventi critici di:

Lucia Ciliberti, Luciana Capece, Jeanfilip, Lucrezia Rubini, Silvana Lazzarino, Stefania Severi, Evaldo Cavallaro, Francesco Maria Bonifazi.

Interverranno i poeti;

Bruno Mancini, Angela Donatelli, Nicola Foti, Massimi Moraldi, Francesco  Maria Bonifazi, Loretta Liberati, Flora Rucco, Fiorella Cappelli, Lucia Izzo, Michela Zanarella, Lucia Fusco, Luciana Raggi, Lucia Pavone.

Presenta Chiara Pavoni, attrice

Aperitivo artistico

L’esposizione sarà visitabile dal giorno 11 al 14 aprile

Si richiede cortesemente di confermare la presenza con un messaggio whatsapp a 3476781074

11 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

 

Programma DILA APS 2024

20 maggio 2024

Tanti amici Artisti per ricordare un grande Amico Artista; Nicola Pantalone. musicista, cantante e paroliere
Lucia Annicelli,

Chiara Pavoni,

Clementina Petroni,

Alberto Liguoro,

Gino Pinto,

Guerino Cigliano,

Luciano Greco,

Bruno Mancini

Questo evento è stato inserito nel palinsesto di
Il Maggio dei Libri 2024: “… campagna nazionale che invita a portare i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se stimolati nel modo giusto”

20 maggio 2024 In ricordo di un amico: Nicola Pantalone

Menu: Eventi

Eventi DILA APS

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14 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

14 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

14 aprile 2024

Domenica 14 aprile 2024 ore 19:00 INTERNO 4 Via della Lungara, 44 Roma

TERRA FUOCO ACQUA ARIA

Finissage della Mostra Fotografica di Rocco Scattino

Performance

NEL TUTTO E NEL NULLA

con Chiara Pavoni

14 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

Musiche di:

Valerio Michetti – percussioni, Marco Salvatori –  Moonian Project – sintetizzatori,

Maria Luisa Neri – violino, Santina Amici – pianoforte.

Interventi critici di:

Lucia Ciliberti, Luciana Capece, Jeanfilip, Lucrezia Rubini, Silvana Lazzarino, Stefania Severi, Evaldo Cavallaro, Francesco Maria Bonifazi.

Interverranno i poeti;

Bruno Mancini, Angela Donatelli, Nicola Foti, Massimi Moraldi, Francesco  Maria Bonifazi, Loretta Liberati, Flora Rucco, Fiorella Cappelli, Lucia Izzo, Michela Zanarella, Lucia Fusco, Luciana Raggi, Lucia Pavone.

Presenta Chiara Pavoni, attrice

Aperitivo artistico

Si richiede cortesemente di confermare la presenza con un messaggio whatsapp a 3476781074

14 aprile 2024 TERRA FUOCO ACQUA ARIA

Programma DILA APS 2024

20 maggio 2024

Tanti amici Artisti per ricordare un grande Amico Artista; Nicola Pantalone. musicista, cantante e paroliere
Lucia Annicelli,

Chiara Pavoni,

Clementina Petroni,

Alberto Liguoro,

Gino Pinto,

Guerino Cigliano,

Luciano Greco,

Bruno Mancini

Questo evento è stato inserito nel palinsesto di
Il Maggio dei Libri 2024: “… campagna nazionale che invita a portare i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se stimolati nel modo giusto”

20 maggio 2024 In ricordo di un amico: Nicola Pantalone

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Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240415

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

Settima puntata

 

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

Nei mari dei Caraibi la preda è il pescatore che non utilizza adeguate protezioni.
Soltanto un lusso svogliato lo porta a privarsi di bombole e boccaglio per la pesca dei barracuda.
Il Tirreno era considerato dagli antichi un mare “nostro”.
Noi umani moderni lo abbiamo squamato devitalizzato disinfettato colonizzato, reso una fogna, riciclato in mare “morto”.
Era in esso (avrei preferito scrivere in lui) che spesso sguazzavo, intrepido e naturalista, imbozzimato tra le spire coinvolgenti delle immersioni.

Con maschera e pinne.
Sempre senza bombole.

Nella settima edizione delle mie incursioni tra le gole marine di San Pancrazio, alla ricerca di una mitica tana di cernia che ricordavo ricoperta da alghe e licheni, per non concedermi un respiro, l’apnea avrebbe potuto togliermi la vita prima della risalita.
Più giù.
Più più.
Più tempo.
Più volte.
Più sempre, più tutto, più giovane, più forte, più solo, più assurdo, più io, più meno.

Dietro alla porta chiusa del mio rifugio, che certo non bussava da sola, come braccata dalla muta camaleontica di un sub, la mia apnea, per me ad un tratto trasformato in cernia indifesa, non era altro ormai che scommessa perduta.
Non voglio, non posso, non apro, non sono, la mia perdita di respiro è spirale avvolgente.

La mia apnea si asserviva al lusso svogliato di prolungare un calvario per una determinazione che non era in mio potere modificare.

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

-«Chi bussa alla porta?
Chi è?»
Accomodati amico, gli dissi, e lui sedette.
Gradisci una birra popolare, gli chiesi, e lui bevve.
Accendiamo una sigaretta? Fumammo.

Nessun uomo è paragonabile ad una donna.
Non c’è uomo simile ad un altro uomo.
Non esistono due gravidanze uguali.
Nelle belle famiglie campagnole il gatto era gatto.
L’agnello, agnello
Il cavallo, cavallo.
Il maschio adulto era il padrone di casa.
Anche di tutto il suo contenuto.
Matriarche comprese.
Il lutto della diretta è la corsa in avanti senza ripetizione.
Io, mentre scrivo un racconto, posso superare l’ostacolo, recuperando l’omesso.

Lui diceva “me ne fotto”.
Io ci provo. Aggiungendo.
Accomodati amico, gli dissi.
Aveva la faccia pallida di un uomo ormai fantasma.
Gradisci una birra popolare, gli chiesi.
La sua bocca si aprì a fatica quasi fosse incollata da un immenso terrore.
Accendiamo una sigaretta americana turca napoletana?
La prese con la mano tremante del cacciatore di tigri, disarmato, al cospetto della splendida bestia immobile in un agguato traditore.

Non mi spiegavo né l’origine, né la natura, di tali incontrollate manifestazioni esteriori d’emozionalità espresse, per altro, da colui che identificavo come il professionista inviato dalla mia amica Aurora per rendermi meno penoso il passaggio al suo di “Là”.

Sul tavolo sgangherato a seguito dei continui sbilanciamenti del mio corpo scoppiettante di bollicine gialle, la figura sconosciuta aveva poggiato i gomiti per trattenere la testa ciondolante come il pendolo capovolto di un orologio del tardo ottocento.

Triste, oscuro, silente, non osava guardarmi.

La mia preoccupazione non era certo lo stato d’animo nel quale egli si proponeva.
Figuriamoci!
Ciò che Aurora voleva, la “Signora” poteva.
Vestisse pure i panni del melodrammatico sentimentale, affari suoi.

Il comune mister Pinkerton, Donoval, Smith, Rossi, Giallo, Verde, Forza Napoli, mi fissò con lo sguardo di un maniaco sessuale di fronte alla evidente prossima maternità della più bona del paese. “L’hai fatto” pareva pensasse, “Adesso lo farai di nuovo con me” sembrava volesse imporre.

Schiacciava il suo volto pallido, le sue mani tremanti, le sue labbra asciutte contro la mia, dicono, pigrizia indolenza disattenzione distrazione.
Eppure i suoi tratti somatici appartenevano a qualche ricordo passato che avevo apparentemente rimosso.
Ho dimenticato il nome del cane che ha diviso per venti anni la mia gioventù, ma non mi sfugge, tra la folla di una stazione ferroviaria durante l’ora di punta, il volto di chi ho frequentato anche saltuariamente anni addietro.
E’ vero, sono fisionomista.
Al chiaro del sole.
Con molta luce.

-«Aiutami» così iniziò: «Aiutami».
Il volo di un calabrone indispone per il ronzare privo di pause ed invita ad una caccia disinvolta.

A me le frasi incomplete nel senso e nella forma invogliano alla fuga ingiustificata.

Erano tre ore che non muovevo un passo, schiacciato con il culo sulla estremità di una sedia, e con le caviglie sul bordo di un’altra ricoperta da un cuscino di gommapiuma sottile come un cartone da imballaggio.
Neppure mi ero alzato per aprirgli la porta, era socchiusa, bastava spingere.
Erano tre ore che non pisciavo le birre popolari stipate a botti nella vescica, erano tre ore che non respiravo un litro d’aria denicotinizzata semi naturale leggermente frizzante per le bollicine provocate dalle onde sbattute sulle scogliere apparecchiate con stupidi blocchi d’indecente calcestruzzo.

Mi alzai, andai nel cesso, aprii la finestra pisciai e l’aria fresca fredda della notte non lasciò dubbi al mio dubbio che forse Mister Ford, Esposito, Mac Carty, Ciun Ciun, Senegal, Pilato, Coglione… fosse una donna… non cambia nulla… è tutto uguale.

Non c’è passione solitaria senza un passato di voglie inappagate.
Spesso essa è solo l’ultimo traguardo, il morbido poggiatesta della pennichella pomeridiana.
Ben altro è ingannare, fingere, sbiadire, rotolare in panni di chi non sei, non disdegnando di porre il dito nella ferita e lasciarlo marcire insieme ad essa.
La fuga e la salvezza.

-«Aiutami» così iniziò: «Aiutami» con una voce simile a quella di mio padre.
Profonda.
E disse: «Ho letto di te ed ho seguito da molto tempo in silenzio la tua vita avventurosa.
I tuoi libri e gli articoli di giornali che seguivano le tue azioni in difesa di libertà e debolezze.
Ti ho ammirato senza averti mai visto. “Il bel maschione conquista la star…”, “è lui l’uomo dell’anno…”, “Trenta milioni di copie vendute…”.
Hai una birra per me?»

I complimenti offerti bene sono tuoni a ferragosto.
Attrazioni di energia esplosiva.
Le lusinghe sono petardi che scoppiano in mano devastando pollici ed indici.
Il suo porgermi frasi banali già udite, di semplice contenuto, inutilmente adulatrici, prive di fronzoli non fu sufficiente a distogliere la mia attenzione dalle dita affusolate che gli reggevano il capo ciondolante.
Così le aveva mia madre.
Affusolate.

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Più che la birra, andai a prendere una pausa di riflessione.
Avevo necessità di concretizzare quell’incontro.
Dimensionarlo, affidarlo a linearità geometriche.
C’era la luna, e i motorini che passavano rumoreggiando per la fretta e la cattiva manutenzione, m’indicavano l’ora.
Quarto più quarto meno, il bar all’angolo chiudeva alle due, ed allora il personale addetto al turno finale ne usciva passando disordinatamente sotto le mie finestre.
Così da anni in questi mesi.
Considerai che stavo scegliendo di costruire da solo risposte per domande che non ponevo: la talpa.

Nessuno sopravvive alla sua storia.
A me non è mai bastata viverla, ho sempre voluto possederla, controllarla, fino a tentare di anticiparne le costellazioni degli eventi casuali.
L’individuo venuto da lontano, l’uomo d’Aurora mi stava chiedendo aiuto con la voce profonda di mio padre, difendendo la testa tra le mani con le dita affusolate di mia madre.
Dov’era il nesso?
Quale era il significato, se c’era?

Passai accanto allo scaffale dove erano riposti gli album fotografici, ed un fugace pensiero me li fece abbinare a reperti, già fossili, destinati a futuri mercanteggiamenti di archeologia sociale.

Seguivo la traccia di piastrelle, color rosso vinaccia indicante sul pavimento la linea di separazione tra la zona di casa preferita per i miei contorcimenti mentali, e la cucina ospitante file di lunghi colli gonfi di liquido giallastro.
Al buio.
Tutto al buio, anche al buio.
Ho smesso di chiamarla birra.
La bottiglia dal collo alto non imponeva rivincite.

Pumm: Fzzzz.

Come una biglia nel castello dei birilli, avevo creato un effetto domino, ed una bottiglia piena mi cadde dalle mani spiaccicandosi a terra.
Accade.
Accadde.
L’uomo? La donna?
Ei senza nome, udito il tonfo, si mosse veloce per aiutarmi.

Il secchio la scopa la paletta, «Che m’importa!», dicevo, «Lascia così.», «Ne ho altre.», Ei con voce profonda e dita affusolate «Faccio in un attimo.», «Non ci vuole molto.», «Perché no».

I suoi erano movimenti scattanti ed eleganti, di una particolare armonia che mi richiamava alla memoria i gesti di mia sorella.
Armonico.
“Così o come” fosse stata mia sorella.
Chi aveva bussato alla mia porta?

Io dissi «Perché sei qui?»

Lui pianse.

Pianse come un poeta, ricordando l’infanzia, narrando l’amore, sognando la pace.

Un’enorme confusione inzuppò di filamenti disordinati ed instabili il cesto di sparute tracce che avevo creduto di recepire dalla telefonata della mia amica «Signora».

Il traghettatore, Lui o Lei, Ei senza nome, con la voce di mio padre, le mani affusolate di mia madre, il movimento armonico di mia sorella, piuttosto che assecondare i miei desideri, piangeva sul pavimento di piastrelle gialle raccattando i cocci di una inutile bottigliaccia di liquido commerciale, mentre io contavo con ansia le ore i minuti secondi attimi mancanti al momento in cui avrei dovuto presentarmi alla convocazione.

Fine settima puntata.
Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240415 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240325

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

Sesta puntata

 

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

Avevo da poco terminato di scrivere le pagine che avete letto, e mi accingevo ad un primo approccio con il capitolo cinque ancora vuoto quando uno squillo, dallo strano sapore di mandorle o nocciole tostate e zucchero nasprato, fece sobbalzare, non solo il segnale d’avviso del mio videotelefono, non solo i pesciolini rossi nella boccia trasparente casualmente aderente all’appoggio rumoroso e traballante (per loro fu quasi un terre-mare-aria moto secondo la teoria fisica della propagazione delle onde nei liquidi), non solo gli occhiali sul mio naso per il repentino movimento della testa, e la bionda schiuma di birra commerciale versata distrattamente nel bicchiere arrotondato a forma di bocca di vulcano spento, e poi la lunga scia di fogli sparpagliati sovrapposti disordinati in equilibri provvisori ed instabili, e la cenere della sigaretta che stringevo tra i denti per il tiro tiraccio tirone tiretto finale, ma, se volessi dire tutta la verità, dovrei aggiungere particolari perfino sulla rottura sobbalzo sballottamento scatenamento giramento girotondo di… parti basse del mio ventre, mentre, invece, mi voglio limitare ad affermare che quello squillo, la cui provenienza avevo identificato sul minuscolo schermo tecnologico luminoso, creava un potente sbarramento per ogni via di fuga della mia solitudine notturna.

Cercavo di distrarmi, quantunque l’aggeggio continuasse a vibrare, squillare, tormentare i pesciolini rossi, con un forte odore di odissea nello spazio intriso di sfumature all’incenso e vino cotto tanto invadente che, insinuandosi nei lobi auricolari, attraversava incudini e martelli per biforcarsi maleficamente (i miei amici Indiani chiamavano l’uomo bianco lingua biforcuta) tra una papilla gustativa spugnata di birra popolare ed un pigmento olfattivo catramato nicotinizzato bruciacchiato.

Ero stanco, avevo martoriato mortificato martellato per ore lo strumento della mia incapacità, della mia disperazione, del mio sublime aver voluto: il sassofono tenore di marca Orsi ed ancia selezionata in faticosi esperimenti.

Ero suonato, per l’accesso intermittente ininterrotto intenso alla cassetta caverna cassaforte caveau del grosso stipone stipato nell’angolo dietro la porta della cucina: silenzioso bianco latte frigorifero custode delle mie birre popolari.

Ero nel panico per mancanza di appigli appoggi appelli, apriti Sesamo, a chi mi rivolgo, aprimi Sesamo aprimi uno spiraglio speranza abbaglio, per la matita spuntata nell’ultima riga.

E lui suonava!

Mi correggo. Correggo la frase plebea.

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

E lui suonava, significa che un lui, quindi un individuo di sesso maschile usava uno strumento adatto a produrre piacevoli onde sonore ecc, in vero io volevo dire che lui, il telefono, esso, continuava ad emettere vibrazioni sgradevoli sgradite sgraziate, grazie.

Lui, esso, squillava, e la curiosità, onde scoprirne il motivo, sculettava per sedurre indurre il pigro indolente rotore del mio sistema ad attivare uno sforzo punto X punto Y, tale da movimentare delicatamente l’unghione della mia mano oppure il pistillo della penna, fin sulla mini tastiera del cellulare mignon, in tal modo connettendo, con sua soddisfazione, le due utenze.

Ero spossato spompato sbolinato annacquato svaporato distrutto da “Così o come”, racconto docile ed irrequieto che mi aveva assecondato per sfuggirmi, e mi aveva illuminato per trattarmi come il pennello di un oscilloscopio relegato a registrare le intensità dei terremoti eruzioni vulcaniche maremoti bradisismi onde cosmiche venti solari. L’elettroencefalografo di uno, trenta, quaranta, due emozioni cerebrali.

Ero tutto ciò per la imminente immanente forse immemore non immortale, immateriale fine della mia semplice nutrizione mentale.

Aurora, la Signora, la Donna Guascona, non avrebbe fatto schiaffeggiare il mio silenzio notturno dallo stupido gracchiare di un cellulare se non avesse trovata la cacca nella marmellata, oppure la marmellata nella cacca, che non significano lo stesso quid.

Quanto avrei potuto resistere?

Neppure cinquecento squilli.

Addormentarmi?

Neppure con trenta caffè!

Tanto valeva affrontare l’ignoto, e speriamo bene.

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

-«Pronto.»

-«Ignazio?»

-«Sì, Aurora, sono io. Ma perché mi chiami Ignazio anche in privato?»

-«è Il tuo nome d’arte. Ricordi “La Notizia virgola la Condanna punto”? Tu non mi chiamavi “Signora”, io scelsi per te il nome Ignazio. Un nome d’arte.»

-«Come stai Aurora?»

-«Così!… Sei solo?»

-«Sempre a questa ora.»

-«Lo so che è tardi, però anch’io non… mi sono posto il problema… domani sarebbe inutile… Ricordi l’uomo dal fiore di ginestra all’occhiello del bavero?… Parla sempre di te…»

-«Perché mi hai chiamato?

…Anche per me lui è un punto di riferimento importante “così o come” la sua donna dalle mani ambrate.

…Perché hai chiamato?»

-«Lei, adorabile, se potesse riabbracciarti sarebbe la felicità assoluta. è Aurora che ti parla, l’amica.

Non ho dimenticato la spontanea disponibilità con la quale ti sei proposto, nel momento per me più delicato, contrastando l’agguato che Snob Rob ed i suoi compari di luride merende avevano tentato nei confronti di me SIGNORA…»

-«Aurora, ho capito, amica, è tardi, se vuoi ne parliamo domani, lo so, amica, sei amica, mia amica e basta. Aurora, perché hai telefonato?»

-«Così vuoi, così sia. Sei stato convocato.»

-«Io? Quando?!»

-«Domani sera alle venti.»

-«Così poco tempo?»

-«E’ già tanto saperlo.»

-«Allora ci vedremo presto!»

-«Già. Ho ottenuto che ti sia concesso il privilegio di un accompagnatore ufficiale.

Sarà da te fra poco.»

Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

Fine della telefonata.

Fine della trasmissione.

Fine di cos’altro.

Fine.

Aurora, in virtù dei nostri precedenti ottimi rapporti di complici intese, aveva chiamato per dirmi di aver inviato “Qualcuno” a prelevarmi, con lo scopo affettuoso di non lasciare che effettuassi da solo il difficile viaggio di trasferimento che mi chiedeva di compiere.

Giusto?

Giusto.

Preparare i bagagli o sistemare i bordi sconnessi delle pagine già scritte?

Abbozzare il mancante capitolo cinque, titolandolo: “Bozzetti di famiglia”?

Di quanti Castelli, Pinete, Canneti, Tagliacapelli, Carrozzai Carrozzieri Uomini e Donne, presenti nel mio cuore con bandierine mascherate piuttosto che luminescenti, vorrei scrivere un “senza fine”?

E mia madre, mio padre, le sorelle?

Gilda?

Troppi.

Troppi, fino a domani sera alle venti.

Dei bagagli ne faccio a meno.

Bevo una mega birra super popolare.

Era di certo a breve distanza da me, a pochi metri se non addirittura in una delle stanze attigue.

Se avessi chiesto l’avrei saputo con precisione.

Le mie prime reazioni di stupore incredulità sorpresa “è così o no?”, malinconia sconforto abbandono “Che ci posso fare!”, immobilità fisica mentale sentimentale “Doveva accadere prima o poi”, vennero inghiottite insieme alla bella schiuma gialla della birra popolare e furono soppiantate da brevi fugaci emozioni mai dimenticate: i tesori ed i retaggi degli incontri determinanti per la indiscutibile amicizia tra me e la “Signora”.

La fama della mia amicizia con Aurora, in modo particolare dopo la pubblicazione di “La Notizia virgola la Condanna punto”, unitamente a tutta una serie di pettegolezzi urbani riguardanti il mio sistema di vita imbottito, dicevano, di estrema pigrizia indolenza disattenzione distrazione (io direi, invece, giusto impegno parsimonia e saggio economizzatore di beni importanti quali il tempo e lo spazio), “così o come” accadde per i films di Rochy, avevano posto la mia immagine all’apice del consenso, ma la mia vita privata nell’infernale sfera della popolarità.

-«è lui, è lui!»

-«L’amico di Aurora, venite…»

-«Ignazioooooo…»

-«Una birra popolare al signor Ignazio.

Mi permette una foto? Sì grazie. Scatta, fai presto, il signor Ignazio ha fretta.»

Un bestione alto due metri e trentacinque centimetri, tra pollice e mignolo, un giorno mi ha poggiato affettuosamente la mano sulla spalla e per poco non m’inchiodava al suolo come una palina di fermata autobus.

Una bagascia dai giochini veloci – ultra veloci – rapidi – urgenti tariffe maggiorate, mi ha baciato quasi sulla bocca nel supermercato gremito di gente e, forse peggio, ha spalmato sulle mie braccia con le sue ascelle sudaticce un indefinibile odore di capre e di pesci, di fattrici e di stalloni, di sessi e di colonie.

La bimbetta non ancora ragazzina stentava a comprendere gli ordini della mamma, però mi guardava come se fossi stato un vecchio Babbo Natale, intanto che mi tirava i pantaloni mostrando un blocchetto ed una penna per pretendere un autografo.

Sì forse è meglio cambiare programma, dicevo a me stesso durante ogni pausa di lavoro che mi consentivo (già non lo sapete, ma io lavoro, faccio il “A”.

“B” faccio l’assaggiatore di birre.

“C” faccio l’avvocato del diavolo.

“D” faccio l’uomo della provvidenza.

“E” faccio il servo degli istinti.

“F” faccio Ignazio di Frigeria e D’Alessandro.

“G” faccio l’uno e il trino più tre.

Bussano alla porta…

L’apnea è la scommessa perduta, la spirale avvolgente, il lusso svogliato.

Fine sesta puntata.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240325 – Redazione culturale DILA APS

 

Il Dispari 20240318

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

Così o come
Un racconto di Bruno Mancini
inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

https://www.lulu.com/it/shop/bruno-mancini/per-aurora-volume-terzo/paperback/product-29y6wr.html?page=1&pageSize=4

Quinta puntata

Parte Prima

CAPITOLO TERZO

C’era una volta ed ora non c’è più, è una espressione di dolore dissimulato, la maniera atavica di considerare una perdita, qualsiasi essa sia stata, al pari di un accadimento ineluttabile, una forza del destino, una scelta divina, a secondo delle diverse dottrine alle quali ci si voglia rapportare.
C’era una volta ed ora non c’è più, è comunque una frase meno sferzante e dolorosa di: c’erano una volta ed ora non ci sono più.
Meno sotto tutti gli aspetti: quantità, certezze, valori.
Non sempre è possibile accertare, per singoli eventi, quanti siano stati coloro che “C’erano!”.
Nel tentativo d’identificare chi o cosa valga l’affetto che gli dedichiamo, e ne sia degno fino al punto da meritare l’inserimento nel nostro personale elenco speciale dei “C’erano!”, dobbiamo ricostruire molte difficili certezze.
Non sono certo che esista, per ogni situazione, uno specifico sistema adatto a farmi assegnare valore alle univoche diversità, nel caso in cui esse rappresentino i tanti o tante che “C’erano!”
“Così o come”: così trama e dubbio (sempre lui), o come da rivolo a torrente, il mio segreto addio saluta le PINETE D’ISCHIA.
C’erano.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, le PINETE D’ISCHIA non ci sono più.
Proseguendo nella particolare marcia per l’avvicinamento alla efebica idea del racconto di uno spacco inciso tra le facce, di Ischia e degli ischitani, che ho amato in maniera inconsapevole, mi piombano addosso, scostumati, i canneti a ridosso delle distese sabbiose che merlavano con ricami inconsueti i bordi tra l’isola e il mare.
Era esaltante la solitudine di ascolti, tra venti e risacche, dei fruscii di lucertole verdognole e d’innocue bisce in contrappunti, duetti e contrasti con i battiti delle ali di calabroni simili ad elefanti, o di vespe ed api più veloci degli elicotteri modello da battaglia.
Ero lì.
Io c’ero.
Forse cercando vermi da usare come esche sulle trappole per uccelli, direbbe il diavoletto.
Assaporando la prima dose di una poesia drogante mai più dimenticata, direbbe il santarello.
Partecipando ad una irripetibile esplosione di schioppettante bellezza, direi io.
Così trama e dubbio, come da rivolo a torrente, il mio segreto addio
saluta i CANNETI D’ISCHIA.
C’erano.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, i CANNETI D’ISCHIA non ci sono più.
Vorrei poter cambiare almeno il corso delle mie giornate per farle iniziare dalla sera e cessare all’ora di pranzo, trasformando in sonno la pennichella pomeridiana, ed in attiva fioritura le faticose ore che le notti attuali concedono alle mie vibrazioni.
Questo racconto semplice come può essere la ricostruzione, mentre sono bendato, bendato, del mio profilo nasale, apparentemente svogliato, privo di fronzoli e inganni né più né meno di Cappuccetto Rosso, ma, in effetti, affaticato dai problemi che torcono i sogni in desideri, che intrecciano passioni ed affetti, ricordi e realtà, il nostro andare in carrozzella ed il tiro del cavallo, questo racconto mi chiamerebbe fazioso sfuggente incompleto se non menzionassi la perla nera di tutti gli abissi che sono stati perforati con malvagità ed abusivismo sulla pelle e nel cuore della mia isola.
L’orca marina uccide per sopravvivere.
Il leone marino di oltre due quintali, caccia con volteggi essenziali.
“Così o come” un rudere, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO sprigionava il lezzo dei morti ammazzati in tentativi di conquiste e difese, i profumi di spezie cortigiane e principesche, gli odori unici ed irripetibili di mirti o di muschi trasportati da brezze contrastanti tra ceneri vulcaniche e spruzzi d’onde sfacciate, gli effluvi per nulla evanescenti di sterco di muli e cavalli, i vapori solfurei della grotta deposito per polveri da sparo, il fumo della bestia rosolata a fuoco lento nel cortile delle feste.
“Così o come” un simbolo, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO scopriva senza civetteria il suo interno, ove, rinchiusi racchiusi socchiusi, mitiche alcove, ruderi anonimi, antiche fortezze e nuove prigioni, in alcune notti fungevano da segreto richiamo per giovani coppie in cerca d’ispiranti atmosfere amorose, nei giorni di festa si confacevano a lussureggiante baita per famiglie in gita domenicale con la classica frittatina di maccheroni avvolta in due piatti ed una salvietta, e, non tanto raramente, si prestavano ad accettare il ruolo di solitario rifugio per sperduti intellettuali scappati dai disincanti di schematici palazzi cittadini.
“Così o come” una gioia, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO offriva la luminosità dei nostri orizzonti naturali sparsa senza ritegno sulle profonde tracce lasciate nella rocca maniero da eventi impetuosi e passionali. Per ora basta così!
CASTELLO ARAGONESE IL CASTELLO D’ISCHIA.
Volete un residence, un ascensore, un botteghino, un ristorante, un cannocchiale sul golfo, volete una scia di storia coperta da muraglie di cemento, volete un isolotto bucato come una gruviera, squassato da malte e laterizi, illuminato con i fari ed i laser dei by night, stordito da urli urlacci musica musicaccia, volete una Vostra eredità intangibile trasformata in affare turistico: ecco a Voi IL CASTELLO ARAGONESE D’ISCHIA.
Oggi potete chiamarlo “IL CASTEL LETTO”.
Albergo a “?” stelle.
“Così” trama e dubbio, “come” da rivolo a torrente, il mio segreto addio saluta il: VECCHIO BALUARDO ARAGONESE, CASTELLO D’ISCHIA.
C’era.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, il CASTELLO ARAGONESE D’ISCHIA non c’è più.

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

CAPITOLO QUARTO

Sbambagiate anteprime di timpani.
La musica di Gershwin.

Violenta la Musa il suo clarino.
Va tutto bene.
Bacchetta d’Africa infernale.

Semplici dita ruotano sui tasti.
Tu nero tu bianco.
Le note e la bacchetta.

Riflessione in versi su un fantastico concerto diretto da Marshall e trasmesso da Rai tre alle due del 10/06/05.

“…
Ti benedica la Musa
mentre
non senza titubanti tenerezze
liberi suoni e silenzi da
orpelli congeniti
che
trascinano con affanno.
…”

Passato il tempo delle more, sopraggiunge il periodo dei fichi. Le angurie attendono impazienti.
Ora che ho quasi esaurito il rigido menabò, verde speranza come il colore di una papaia, impostomi per la millesima volta da una irriducibile vecchia vacca razionalità, ora, salve, non sono innocente.
“Ho pensato tutta la notte…” è una frase comune così o come “Ricomincio tutto da capo…”, “Coraggio.”, “Ce la puoi fare…”, “Non chiedermelo…”, “Il primo vagito.”, “Un sospiro!”, “Presente.”, “Pronto.”, “Sì.”, “No.”, “Perché?”, ma si meritano spazi consistenti in una iperbolica classifica anche “Cosa ne pensi?”, “Possiamo provare…”, “Ho preso qualcosa per cena.”, “Ci si può divertire.”, “Cos’è?”, “Come?”, “O.K.”, “D’accordo.”, “Chi è?”.
Lesto, mi preparo al meritato sollazzo di chi ha completato dopo un’ora il budget di un mese, l’oscar mi attende.
Sento una voglia gagliarda di oscurare tutto il mio lavoro riducendolo in un affresco in bianco e nero.
Neppure mi è chiaro cosa significa questa affermazione.
Forse che ogni inciso, parentesi, segno di punteggiatura, avverbio aggettivo preposizione e tutte le balzane forme di interpunzione, contengono virus malefici capaci di aggiungere sfumature ai decorati basamenti dei miei obelischi mentali, adducendoli sotto leviganti cascate normalizzanti?
Non voglio.

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

Mi benedica la Musa
mentre
non senza titubanti tenerezze
libero suoni e silenzi da
orpelli congeniti
che
trascinano con affanno.
“Così o come” (la mia nuova libidine esistenziale), non è
ancora terminato, né so se e quando avrò ancora palpiti che
m’indurranno ad aggiungere respiri e forme al suo cuore ormai pulsante, direbbe un cardiologo.
Comunque, se vuoi: Lui disse alla Musa

“……
non sia condanna, per le mie idee ansie
che nutro con poche scoregge di vita liberate dai miasmi
generali
cardinali
multinazionali

… ,
la tolleranza.
Che io sia follia,
non folle.”

Per dire che la voglia di consenso non dovrebbe convincere l’autore a togliere la scorreggia dal verso, “Così o come” nessun lettore, quantunque privilegiato, dovrebbe rompergli i coglioni con le “sue” idee, ansie, e tutto il resto.
Fin che posso, non allargo le gambe nel ruolo dell’autore, e non le accavallo in quello del lettore.
Ciao.

Fine quinta puntata.
Le precedenti quattro puntate sono state pubblicate il 29 gennaio, il 5 febbraio, il 26 febbraio e l’11 marzo.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

 

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

https://www.lulu.com/it/shop/bruno-mancini/per-aurora-volume-terzo/paperback/product-29y6wr.html?page=1&pageSize=4

Il Dispari 20240311

Quarta puntata

 Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

Altri personaggi candidati: – Andrea – Ciccio – Aniello…

Volendo comprendere le banalità insite nelle semplificazioni adoperate per ridurre in un breve promemoria una serie di azioni, tra loro simili ma differenti, è sufficiente permeare, spianare, e quindi valutare, quanto viene affermato in uno dei più celebri messaggi popolari.

Affidato a noi ragazzi dai saggi vissuti negli anni delle Pinete d’Ischia, esso proclamava: “Occhio che non vede, cuore che non soffre”.

Andrea era cieco e soffriva, sia a causa delle oggettive privazioni di cui la sua quotidianità risultava costellata, sia per i ricordi di quante meravigliose immagini avevano fermato i suoi sguardi nei tempi passati.

Egli pativa anche, o forse principalmente, in quanto il buio visivo nel quale era immerso da anni aveva dapprima circoscritta, ed infine definitivamente imprigionata, la sua indole di spontanea prorompente ricerca conoscitiva.

In un evidente contrappunto ai limiti fisici caratterizzati dalla deficiente situazione sensoriale, Andrea aveva affinata una capacità mnemonica quasi oltraggiosa a confronto di quella dei vedenti.

Ogni settimana, prevalentemente di venerdì, lo scrutavo mentre era impegnato a scandire una sequenza impressionante di colonne totocalcio alla compagnia di un esiguo gruppo d’amici.

Eseguiva, mentalmente, complicate elaborazioni.

Dettava serie enormi di dati che altrimenti si potevano attenere solo rivolgendosi a ricevitorie speciali dotate d’apposite attrezzature computerizzate.

Robotizzato, era un aggettivo che specificava bene le sue attitudini.

Non solo per lui era elementare lo sviluppo del “sistema” di sette doppie (che si articola in cento ventotto colonne di tredici segni ciascuna), ma con stupefacente naturalezza, bevendo un cappuccino e fumando un pacchetto d’Edelweiss, riusciva a dettare la serie completa di colonne di tutti gli altri sistemi, integrali o ridotti, per i quali gli si chiedeva collaborazione: quattro triple, tre triple e tre doppie, cinque triple e tre doppie ecc.

Non dico che ritenevo impossibile memorizzarne le formule, ma che mi colpiva la sua abilità di specificarne le risultanti colonne senza potersi servire d’alcun aiuto.

Insomma sono tuttora convinto che è certamente un risultato di grande concentrazione riuscire, senza neppure un foglio di carta ed una penna, ad elaborare quegli insiemi composti da tante numerose variabili.

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

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Altri personaggi candidati: Renato…

-«Bongiur, chi lé Renatò pittooor artistà? Pittor? Fet capellì mio peìit?»
-«Bell Madama, eccomi, tutto per tuà.
Frances, acconcia il ragas, io penso alla Francès.»
-«Al top, al top, ahhh… an top… uhhh…»
-«Franco, quante volte devo dirti di non fare uscire sciù sciù dopo cena?
Riponilo in gabbia, vedi, la Signora ha paura.
Ti ho detto mille volte di non lasciarlo libero se ci sono persone estranee!
Non lo conoscono, poverine, e credono sia un topo!
Sciù sciù!
Cherì, non ti preoccup, ora lo risistemiam nel suo allogg natural.
L’abbiamo cresciuto noi, da piccolo.
Sapess com lu er tre malconc!
Dai Franco, sbrigati.
Al piccolo i capelli li facciam con taglio modern a spazzola, oppure con baset lunghe alla marsiglies?
Franco, Franco… … e acchiappalo, sotto la sedia… come sempre il birichino.
Scend, petit cherì madame, non morde, vuole solo digerire il pollo e le patatine fritte che ha mangiat nella dispensa, è bravo, sciù sciù, non mord, scendi, Matam e scendi Signora, appoggiati, bella Signora, Madame la franceson.
Così ohhh così con il braccio intorno alla mia spal, scendi piano piano, piano, piano, lentament, fammi sentire le braccia sul collo, cazzo che zizzona, FERMATI, sciù sciù è sotto il lavello, Franco sbrigati, spicciati…  aspetta, non correre, piano, afferralo senza fretta, Madame è bona… azzo se è bona…»
-«Ahh… Ahh… eccolo…»
-«Niente paur ora ti prendo in bracc e ti porto al sicur nel retrobotté.
Francooooo… … e tieni a bada il ragazzino!»

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

CAPITOLO SECONDO

Il risveglio è a volte imbarazzante per i tanti enigmi nei quali era rimasto imbrigliato durante la sonnolenza.

Mi rendo conto di quanto sia assurda l’ambizione di regalarmi, volontariamente, un’atroce ossessione, eppure, nessun oblio mi tenta.

Il comodo abbandono di una risalita in ascensore si annulla di fronte alla vorticosa bellezza della scala acchiocciolata.

Voglio il mio.
Aspro e bollente.
Che sia il mio.

Gli architetti della vita non hanno predisposto ermetismi sufficienti ad impedire le fughe della mia fantasia.

Resterà negra e ribelle, piuttosto che conformarsi ai candori delle false fattrici di misteri.

Ai comodi abbandoni
di sbalzi
in ascensore,
vorticose bellezze
di scale acchiocciolate.
Voglio la mia.

Dalle false fattrici di misteri
insufficienti compromessi,
o Principi o Caini.

Voglio la mia
aspra e bollente.

Per assurde ambizioni
invento
atroci ossessioni:
orridi
oscuri
oblii.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle.
 
I veri architetti della vita
dileggiano
con antichi ermetismi,
o corde o grotte o celle.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia.

Imbrigliati da enigmi
di torpori,
risvegli imbarazzanti
osteggiano.

Voglio la mia fantasia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia,
in fuga solitaria.

Io sono acqua, ovverosia, il risultato di un fatto: ossigeno e idrogeno s’incontrano in una scarica elettrica.

L’uomo, la donna, idem.

A volte mi chiedo come mi comporterei, e quali scelte effettuerei, nella improbabile eventualità che un magnifico marchingegno scientifico biologico elettronico spaziale sfavillante (sfavillante è sì fuorviante ma attinente), sconvolgente e dissacrante, insomma iper moderno globalizzato (l’attrezzo di una estrema concezione della vita, il pomo del nuovo peccato originale, il sogno di ogni folle ricercatore artista autista di viaggi impossibili madre di flotte frignanti magnifici regnanti e scomodi accattoni utili servi e pavidi legionari…), rendesse possibile la retro metempsicosi.

Poter scegliere, prima di dissociare i contorti meccanismi molecolari che mi governano, in quale “X” già vissuto volermi riprodurre per proseguirne le abitudini e sopportarne i difetti.

Un cane, una pietra, un uomo?

Ai comodi abbandoni
di sbalzanti ascensori,
vorticose bellezze
di scale acchiocciolate.

Voglio la mia.

Per assurde ambizioni
m’invento atroci ossessioni:
orridi
oscuri oblii.

Voglio la mia
aspra e bollente.

Dalle false fattrici di misteri
insufficienti compromessi,
o principi o caini.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle.

I veri architetti della vita
dileggiano
con i loro antichi ermetismi,
o corde o grotte o celle.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia.

Imbrigliati da enigmi
di torpori,
risvegli imbarazzanti
osteggiano.

Voglio la mia fantasia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia,
in fuga solitaria.

Ma non scherziamo!

è già tanto se l’ippocampo non risulta inserito nella lista dei protetti, a guisa (che sciccheria “a guisa”) dei pentiti pluri extra super assassini.

I pipistrelli ci sono riusciti.

Forse con qualche raccomandazione, oppure, com’è documentato nell’archivio storico della mia immaginazione, con larvate minacce di penetrazioni notturne nelle quiete stanze dei rampanti animalisti ambientalisti autonomisti assolutisti accreditati difensori di tutto quanto esiste, fu, esistette, fu stato, è.

Un pipistrello in cambio di cento zanzare sarebbe un affare?

Nelle cities (plurale di city: città!) dagli immensi benesseri malesseri ossessi o sessi o calci nelle palle, sollecitati sbirri dondolano chiappe bucate per soldi e per potere.

Si sbaglia chi crede che ogni violenza è vincente, «così o come» un dito nel culo, ma non è per nulla certa la sacrale conquista da parte di ogni desolata pietà.

Ma non scherziamo!

Giulio era un uomo d’onore o di onore?

Ne farò una poesia.

Le guardie notturne
attaccano all’alba
la chiave alla bacheca,
i nostri giornali
il prode ed il bislacco.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
Gl’ippocampi sguazzano
in ogni polla
al pari di pesci,
i nostri Giulio Generale
tra i baci dei prudenti.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare.
Ossessi dondolanti
per soldi e fra poteri
bucano chiappe cittadine,
i nostri uccelli neri
ronfanti animalisti.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare
per la sacrale conquista.
A Roma si scopre il
bianco alla finestra
sbaglia chi crede,
a Cuba
il rosso nella cella.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare
per la sacrale conquista
della vostra libertà.
 
Fine quarta puntata.

Le precedenti tre puntate sono state pubblicate il 29 gennaio, il 5 febbraio e il 26 febbraio.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240311

Per Aurora

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

l Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini inserito in

“Per Aurora volume terzo”

https://www.lulu.com/it/shop/bruno-mancini/per-aurora-volume-terzo/paperback/product-29y6wr.html?page=1&pageSize=4

Terza puntata

Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

Costui, in fondo, era un uomo gioioso e collerico, sensuale rude e tenero, bislacco e profondo, futile e sottile. Un brivido per donne di sani tradizionali principi, per maschi timorosi di confronti e per tutte le belle statuine dei presepi viventi allestiti nelle piazze e nelle feste di paese.

Nessuna persona provvista di buon senso avrebbe voluto provocare un confronto con la sua dissacrante, violenta ed anarchica mancanza d’auto ironia:

-«Coloro che bussano alla porta, i bussanti, i bussatori – e così anche il liquido di una bottiglia dal tappo di sughero biondo come la schiuma della mia birra commerciale o come i baffi scoloriti dalle tremila sigarette che fumo in meno di cinquanta giorni – non sempre sono i migliori nel catalogo degli attesi.

Io credo che l’America avrebbe dichiarato guerra al Giappone per l’affronto delle Hawaii, ma non si sarebbe impegnata nello scacchiere europeo se l’Italia non fosse stata in lizza.

Il Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Senza la partecipazione del nostro Duce al conflitto, loro, le stelle e strisce, avrebbero comodamente sistemato l’orticello acquatico del vicino Pacifico non creandosi altre preoccupazioni.

Le fabbriche di cannoni ed ogive per proiettili dalle svariate caratteristiche, avrebbero continuato a produrre utili e benessere economico con minime perdite di vite umane, sia in regime di guerra, sia nel successivo tempo di ricostruzione.

Ma “la popolo ed il popolazione” nel continente a stelle e strisce era formato in maggioranza da itali americani.

“Non salviamo i nostri cugini zie e nipoti amici fratelli padri nonni madri cumparielli padrini sorelle consanguinei conoscenti? Il cattivo li opprime.

Noi siamo la libertà.

Loro, gli Italioti, custodi delle nostre radici, delle nostre origini, delle nostre fedi, sono persone a noi care. I nostri consanguinei sono ingenui, semplici, affettuosi, docili, simpatici, gentili, ospitali.

Sono poveri scemi imbrogliati dal fottuto figlio di puttana. Abbiamo lottato contro le Montagne Rocciose, gli Apache, il Fiume Colorado, Geronimo, ed il Deserto del Nevada, che facciamo, gli spettatori nella corsa alla conquista dell’Italia, l’origine delle nostre origini?

Non sia mai detto!

Andiamo.

WE GO.”

E vennero.

Non piangere, bambino, tua madre fu violentata da truppe marocchine, sì, sotto il comando di…, sì, sì, sì… ma non erano i cugini, neppure le settantamila, settecentomila, sette milioni, sette miliardi di tonnellate di bombe a tonnellate sui vicoli palazzi spiazzi giardini pubblici scuole chiese alberghi prostiboli… et de hoc satis.»

Questo racconto tenta di forzarmi la mano ed impormi continue traiettorie, contigue confinanti collaterali collegate complici comuni compiacenti, che non rientrano nella serafica visione morfologica che inizialmente avevo architettato.

Il breve ritratto di un Costui spolverato dal manuale del tipico esistenzialista pacifista comunisteggiante anarcoide, non prevedeva la messa in scena di un superbioso trattato storico sociale.

Costui quindi tornerà accanto alle altre figure nobili della ormai distrutta civiltà che abbiamo vissuto nella ex Isola Verde. Tuttavia, per non convalidare la tesi secondo la quale non avrei rispetto per nessuna giusta curiosità, e tanto meno per gli ormai codificati standard letterari, completerò in poche righe la tesi elaborata da Costui.

Il Cattivissimo perse la guerra, poiché aveva commesso l’errore madornale ed irreparabile di pretendere l’alleanza del Semi Cattivo. Ciò in quanto tutte le operazioni militari del suo Sub alleato si rivelarono tanto velleitarie quanto inutili e dispersive.

La Grecia, l’Albania, la Libia, l’Eritrea, l’Egitto, l’Etiopia, Malta, Cirenaica Trento e Trieste pur non essendo di alcuna valenza nella economia bellica, crearono ostacoli di grossa portata alle armate del Super Io chiamate in soccorso dei bravi soldatini disarmati affamati e male equipaggiati che il Mini Dux aveva gettato allo sbaraglio al grido di “Avanti savoiardi”.

Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226

Un giorno sì e l’altro pure, “Egli, il mini” mandava emissari a chiedere aiuti “Il pan ci manca”, e ad implorare “Benzin benzin”. Per di più generali afflitti dalle vicende di Taranto, Capo Matapam, Tobruc, e poi Grecia, e poi e poi… aggredivano, si fa per dire, il Maine Super con assillante continuità.

Da queste considerazioni Costui traeva la conclusione che il Baffo Tedesco, senza l’intervento raffazzonato e sconclusionato dell’Amico Guaifondaio, potendo utilizzare in maniera non dispersiva forze superiori sui fronti strategicamente determinanti, sarebbe riuscito a sopraffare le difese nemiche.

Egli rafforzava questa sua tesi elaborando il concetto che le Stelle e Strisce erano entrate in guerra contro il Super Deux solo in ragione della presenza dei Nostri concittadini (piccolo interessuccio economico populistico).

Non tutti siamo d’accordo.

Non tutti abbiamo natura di “affermanti”.

Non può non esserci un limite.

è vero che il Super comandava il plotone di esecuzione, ma erano altri a premere i grilletti.

Allora io ancora non sapevo che nello stesso giorno del mio secondo compleanno il Super Iper Max Baffo Maine aveva ammazzato pure se stesso!

Suicida.

Altri personaggi candidati: – Andrea – Ciccio – Aniello…

Volendo comprendere le banalità insite nelle semplificazioni adoperate per ridurre in un breve promemoria una serie di azioni, tra loro simili ma differenti, è sufficiente permeare, spianare, e quindi valutare, quanto viene affermato in uno dei più celebri messaggi popolari. Affidato a noi ragazzi dai saggi vissuti negli anni delle Pinete d’Ischia, esso proclamava: “Occhio che non vede, cuore che non soffre”.

Andrea era cieco e soffriva, sia a causa delle oggettive privazioni di cui la sua quotidianità risultava costellata, sia per i ricordi di quante meravigliose immagini avevano fermato i suoi sguardi nei tempi passati. Egli pativa anche, o forse principalmente, in quanto il buio visivo nel quale era immerso da anni aveva dapprima circoscritta, ed infine definitivamente imprigionata, la sua indole di spontanea prorompente ricerca conoscitiva.

In un evidente contrappunto ai limiti fisici caratterizzati dalla deficiente situazione sensoriale, Andrea aveva affinata una capacità mnemonica quasi oltraggiosa a confronto di quella dei vedenti. Ogni settimana, prevalentemente di venerdì, lo scrutavo mentre era impegnato a scandire una sequenza impressionante di colonne totocalcio alla compagnia di un esiguo gruppo d’amici. Eseguiva, mentalmente, complicate elaborazioni. Dettava serie enormi di dati che altrimenti si potevano attenere solo rivolgendosi a ricevitorie speciali dotate d’apposite attrezzature computerizzate. Robotizzato, era un aggettivo che specificava bene le sue attitudini. Non solo per lui era elementare lo sviluppo del “sistema” di sette doppie (che si articola in cento ventotto colonne di tredici segni ciascuna), ma con stupefacente naturalezza, bevendo un cappuccino e fumando un pacchetto d’Edelweiss, riusciva a dettare la serie completa di colonne di tutti gli altri sistemi, integrali o ridotti, per i quali gli si chiedeva collaborazione: quattro triple, tre triple e tre doppie, cinque triple e tre doppie ecc.

Non dico che ritenevo impossibile memorizzarne le formule, ma che mi colpiva la sua abilità di specificarne le risultanti colonne senza potersi servire d’alcun aiuto. Insomma sono tuttora convinto che è certamente un risultato di grande concentrazione riuscire, senza neppure un foglio di carta ed una penna, ad elaborare quegli insiemi composti da tante numerose variabili.

Il Dispari 20240226

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DILA

NUSIV

 

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Professionisti DILA APS 20240412 – Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240412 – Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240412

Liga Sarah Lapinska intervista Sadulla Davletov del Turkmenistan:

terza parte

Liga Sarah Lapinska: A conclusione di questa interessante intervista che stai rilasciando in esclusiva per il quotidiano Il Dispari diretto da Gaetano Di Meglio, ci parli in breve della tua arte?

Sadulla Davletov: Sono nato il 22 agosto 1960 in Turkmenistan, sono di nazionalità uzbeko.

Non giudico le persone per nazionalità o religione, tuttavia è piacevole constatare che tra i popoli di gruppo turchi (turkmeni, uzbeki e turchi sono popoli di gruppo turchi) gli anziani vengono tutti rispettati, così come tutte le madri sono molto onorate. 

Ce l’abbiamo nel sangue, noi turchi.

Realizzo principalmente nature morte, paesaggi, animali, ritratti, composizioni storiche, composizioni attuali, ossia un genere in cui ora raramente qualcuno lavora perché richiede molto tempo e grande abilità nel disegno.

Tengo in grande stima Rembrandt come ritrattista, in particolare la sua serie di ritratti delle madri.

Come lui, amo ritrarre le madri.

E, ovviamente, dipingo i nostri eroi nazionali. 

Questo è per me il tema principale dei dipinti di grande formato.

Da circa 10 anni sognavo dipingere un nuovo quadro su un tema storico, perché il nostro passato è ricchissimo di scene realistiche che ricordano le fiabe nella loro intensità.

La grande dinastia Seltzchuk, il colonello Timurleng o Timur, l’eroe popolarmente noto come “Il Guerriero”, Gelal ad-Din Manguberdi, figlio di Khorezm – Shah Muhammed, che riuscì a proteggere la sua tribù dal mongolo Gengis Khan e dalla significativa superiorità numerica delle sue orde mongole–tatare.

Adesso sto dipingendo la sua impresa, con grande soddisfazione e con calma.

Nelle nature morte, nei paesaggi, nei ritratti con i tratti tipici del viso del Sud e dell’Est, nei colori solari: ovunque trovo molte somiglianze tra l’arte turkmena e quella italiana: ornamenti flessibili e arte degli arazzi, artigianato, ceramica.

Liga Sarah Lapinska: Ma che buon idea, di tradurre di più la letteratura Turkmena, Persiana e Uzbeca in Italiano!
Lo faccio, ma non abbastanza.
Voglio ripetere ancora un po’ dello stile e della tecnica di Sadulla Davletov, nonché delle sue tradizioni.
Lui non solo è un animalista bravo per gli enormi cani detti Alabai (un pericolo per i lupi e per i cammelli) ma è anche un tradizionalista bravo nel dipingere strumenti nazionali musicali, tutti colorati, dorati, e magari sempre luminosi, insieme con gli arazzi di seta blu, di rosa, decorati con o senza stelle.
Un esteta che dipinge fiori di giardini e di prati, tulipani, rose, girasoli, lavanda, tutti così simili alle stelle nel cielo.
La tecnica eccellente e tradizionale, gli schizzi dettagliati e la tavolozza sempre solare. 
Tappeti e arazzi sono caratterizzati da una gamma di colori e da passaggi graduali e musicali da un tono all’altro, come in natura.
È meraviglioso che questo tipo di tradizione, artigianale, allevamento di cavalli, musica e poesie tradizionali, non sono stati dimenticate e che i giovani continuino a coltivare le competenze dei loro genitori e parenti.
Perché la parte futura è solo quella che siamo felici di portare avanti con gioia e fiducia.

Professionisti DILA APS 20240412 - Il Dispari: Liga Sarah Lapinska

Professionisti DILA APS 20240405

Professionisti DILA APS 20240405

Liga Sarah Lapinska intervista Sadulla Davletov del Turkmenistan:

Professionisti DILA APS 20240405 - Il Dispari: Liga Lapinska

Peccato che in Italia la cultura turkmena non sia ancora molto conosciuta” seconda parte

Liga Sarah Lapinska:
Come valuti il ​​processo di globalizzazione nell’arte?
Sadulla Davletov:
La globalizzazione dell’arte mondiale e lo scambio di tradizioni culturali, a mio avviso, è un processo naturale e necessario che ha origini nelle civilizzazioni più antiche. 

I Neanderthal, che vivevano in Asia Centrale e anche nel territorio del mio nativo Turkmenistan, non solo sapevano accendere il fuoco, ma dipingevano anche sulle pareti delle caverne e non sono vissuti in completo isolamento. 

Entravano in contatto con altre specie umane, scambiando le loro esperienze su ciò che stava accadendo in quel momento.

I leader e gli eroi che uniscono tribù e fondano imperi sono nati e nasceranno in futuro.

Sono nati e stanno nascendo anche gli artisti, grandi maestri che, con ciò che creano, servono  all’umanità intera, indipendentemente dal loro Paese, dalla nazionalità, dalla diversità linguistica e dalla loro religione. 

Grazie alla globalizzazione e alle relazioni internazionali, l’arte unisce  le persone più fortemente.

Liga Sarah Lapinska:
Qual è il tuo concetto di arte?
Sadulla Davletov:
Tra i fondatori della storia dell’arte come scienza ci sono molti artisti professionisti italiani. 

Sono sempre stati i miei modelli nella vita, ad esempio, Sandro Botticelli, Michelangelo, Raffaello Sanzio, Caravaggio, Tiziano.

Adoro i cantanti italiani.

In Turkmenistan la musica italiana è diventata popolare grazie ai Festival di Sanremo negli anni ’80.

Ad esempio Toto Cutugno, Al Bano e Romina Power, Adriano Celentano, il tenore modenese Luciano Pavarotti.

Le canzoni italiane mi ispirano spiritualmente quando dipingo.

Mi è molto vicino Makhtimquali Faraghi (nato in Iran, nella provincia del Golestan, nella steppa, detta Turkmen Sahra) poeta, illuminato, leader spirituale e gioielliere.

L’argentiere Makhtimquali Faraghi, per tutta la vita si è impegnato nell’educazione della gente semplice;  ha studiato molto e viaggiato molto in tutta l’Asia; “Faraghi” è il suo pseudonimo, perché un tempo tutti gli artisti lo adottavano. 

“Faraghi” significa “libero” in persiano.

Ha scritto in persiano, arabo e turkmeno. 

Lo studioso persiano e poeta laico Omar Hayam era il suo ispiratore più importante.

Makhtimquali, considerato come il fondatore della letteratura turkmena, scrisse le sue poesie in koshun pantomima, in cui furono composte la maggior parte delle canzoni popolari turkmene.

Ecco perché i bardi e, allo stesso tempo, gli sciamani del popolo turkmeno, chiamati bakshy, possono facilmente cantare versi di Makhtimquali. 

La sua poesia è diventata canzone del popolo turkmeno e le sue riflessioni scritte sono diventate proverbi popolari.

Si oppose alla corruzione dei nobili e dei gran signori ecclesiastici, tanto da essere considerato addirittura come un santo.

Peccato che in Italia lui e la cultura turkmena in generale non siano ancora molto conosciuti.

Auspico che tu traduca in italiano sempre più opere turkmene e uzbeke e che vengano pubblicate in italiano anche, per esempio, nella bella pagina culturale del quotidiano Il Dispari per la quale sono onorato di rilasciare questa intervista esclusiva.

Consiglio ai giovani Artisti turkmeni e uzbeki di partecipare con crescente entusiasmo ai concorsi artistici indetti in Italia, con particolare attenzione verso il Premio internazionale di Arti varie “OTTO MILIONI”, che so essere stato ideato dal poeta Bruno Mancini e che attualmente è organizzato dall’Associazione di promozione Sociale “Da Ischia L’Arte DILA APS”.

Professionisti DILA APS 20240405

Professionisti DILA APS 20240405 - Il Dispari: Liga Lapinska

Professionisti DILA APS 20240322

Professionisti DILA APS 20240322 - Il Dispari: Liga Sarah Lapinsk

Liga Sarah Lapinska intervista l’Artista universale

Ajub Ibragimov (ultima puntata)

Liga Sarah: vorrei chiudere questa intervista che, tramite me, stai concedendo in esclusiva al quotidiano IL DISPARI Diretto da Gaetano Di Meglio per la pubblicazione nella pagina culturale la cui Redazione è stata affidata alla nostra Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte DILA APS chiedendoti tre cose: 1) come descrivi la tua Arte 2) quali sono i tuoi colori preferiti 3) come vuoi salutare i lettori del nostro giornale.

 Ajub: Traggo ispirazione dall’energia del Cosmo e della natura circostante, inesauribile ed eterna.

Utilizzo le opportunità del mondo digitale e ho sviluppato lo stile di pittura Ebru, che permette di praticare la pittura alle persone che hanno recentemente iniziato a dipingere, ai disabili, con vari tipi di tecniche intuitive di arte fluida.
C è tutto nel mondo digitale.
Claude Monet non era solo un pittore dell’impressionismo, ma ha attirato l’attenzione sul fatto che i colori influenzano il nostro stato psicologico e sono terapeutici.

Spiegava la luce e le sue regole.

Egli ha organizzato il suo giardino come una tavolozza di colori evitando i toni del nero.

Per lui i colori freddi danno l’illusione della stranezza, invece le foglie verde chiaro sono donatrici, e quelle verde scuro sono consumatrici di energia.
I colori verde, viola, dorato e lilla hanno un grande effetto terapeutico.
Il colore verde indica la presenza di diverse specie di clorofilla, indispensabili per la vita.
I miei colori preferiti sono l’oro, che guarisce il dolore dell’anima, così come tutte le sfumature di verde e bianco con il suo ottimismo.
Neanche a me piace il colore nero.

Sopprime e ci fa sentirci senza speranza.

Non ha radiazioni proprie.

Non sento la competizione nell’Arte.
L’ambiente digitale unifica e globalizza.

Il mondo digitale, come l’algebra e la geometria, è infallibile.

L’applicazione dell’intelligenza artificiale nell’arte è molto stimolante.
In un ambiente virtuale in cui tutti i processi avvengono rapidamente è facile perdere l’individualità.
Non sappiamo più meditare.
Perdiamo fiducia nelle vibrazioni, nel potere, nella memoria, nell’eternità dell’arte, nelle parole che diciamo, nella musica intera e nei segni del destino.
Sì, c’è una polarizzazione, una pressione del mondo digitale e della nostra vita quotidiana.

La creatività aiuta a fondere la realtà digitale con la nostra realtà quotidiana.

Alla fine, voglio dedicare agli affezionati lettori di IL DXISPARI una canzone profondissima del bardo noto caucasico, nato a Mosca, Bulat Okudzhava, dedicata a tutti gli artisti che dice:

Se vuoi diventare un pittore, a dipingere non affrettarti.
Poni davanti a te diversi pennelli,
prendi la vernice bianca, perché questo è l’inizio,
poi prendi la vernice gialla, perché tutto sta maturando,
poi prendi la vernice grigia in modo che l’autunno schizzi nel cielo il plumbeo,
prendi la vernice nera,
perché ogni inizio ha la sua fine,
prendi la vernice viola
più generosamente, ridi e piangi.
E poi prendi la vernice blu in modo che voli la sera
un uccello proprio nel palmo tuo,
prendi la vernice rossa in modo che la fiamma svolazzi,
poi la vernice verde prendi
per gettare un ramoscello in un fuoco rosso.
Mescola tutti quei colori come le passioni nel tuo cuore
e poi mescola quei colori e il cuore tuo con il cielo, con la terra, e dopo…
L’importante è bruciare e, bruciandoti, non lamentarsi per questo.
Forse qualcuno all’inizio ti condannerà, ma più tardi non dimenticherà!

Liga Sarah: la canzone testimonia molto bene la personalità di Ajub e descrive bene sia la sua tavolozza di colori chiari nell’arte, sia il massimalismo del suo stile di vita.

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Professionisti DILA APS 20240315

Liga Sarah Lapinska intervista l'Artista universale Ajub Ibragimov (terza puntata)

Liga Sarah Lapinska intervista l’Artista universale

Ajub Ibragimov (terza puntata)

Liga Sarah: Diventa sempre più interessante la tua disponibilità ad esprimere la concezione che hai del rapporto Arte/Artista anche nella prospettiva della commercializzazione dei prodotti che, lo sappiamo bene, incontrano molte difficoltà ad essere venduti, a meno che non ci si affidi alle organizzazioni mercantili (Editori, Galleristi ecc.) che, molto spesso, speculano piuttosto che promuovere.

Ed è anche per questo che ribadisco il ringraziamento da parte di tutta la Redazione culturale del quotidiano Il Dispari diretto da Gaetano Di Meglio per l’intervista che ci stai concedendo, in esclusiva, per la pubblicazione nella pagina della quale è stato concesso il privilegio della redazione alla nostra Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte DILA APS.

E allora proseguo chiedendoti: cosa associ all’Arte digitale?

Ajub: Sono io che ringrazio Bruno Mancini Presidente DILA APS per aver accolto la tua proposta di pubblicare questa mia intervista perché, anche quando si ha, come me, la fortuna di essere considerati Artisti di tendenza (da parte certamente del pubblico e in maniera non saltuaria anche dalla critica) non è agevole trovare spazio giornalistico per esporre, nei dettagli, concetti e motivazioni.

Non lo è nella mia Patria, non lo è nella importante Nazione in cui vivo… ed è quindi molto gratificante poterlo fare in Italia, universalmente considerata una Culla dell’Arte.

La digitalizzazione significa la globalizzazione con i suoi vantaggi e svantaggi, contrasti ed uguaglianze.
Con un’aspirazione al futuro, futurismo e condizionalità.
La legge comune tridimensionale è soprattutto visibile nella grafica.
In essa pongo anche la calligrafia, che creo riscontrando particolare rispetto dagli intenditori dell’arte araba e persiana antica.
Vorrei dire che nell’arte degli ornamenti si possono distinguere diverse direzioni.

Cinese, con il drago come il simbolo principale.
Tipici simbolismi buddista sono il fiore di loto, la ruota del Dharma e due pesci. 

Come nel taoismo e nello shintoismo, viene sottolineata l’unità delle persone con la natura.
Ma il buddismo ha influenzato molto anche il simbolismo cinese con tutti i suoi attributi e il culto della natura.
Arabo e Persiano, ad esempio sui tappeti e nelle miniature, con la rappresentazione stilizzata di piante, fiori e talvolta uccelli, nonché vignette delle lettere dell’alfabeto arabo, calligrafia araba tipica.

Il simbolismo creato dalla Chiesa ortodossa ove di solito sono rappresentate la croce, i martiri con uso abbondante del colore oro come nelle icone bizantine e nei dipinti del Primo Risorgimento.
Il simbolismo americano ed europeo, più moderno, utilizza spesso immagini delle popolazioni indigene d’America, per esempio, l’occhio dello sciamano, la freccia, la farfalla, l’orso. 

Spesso i suoi simboli attuali sono uguali a quelli degli antichi Celti, Vichinghi, Greci e Romani.

L’alchimia è lo studio delle interazioni in natura, della trasformazione, della nostra capacità di cambiarci.. 

La grafica ci aiuta a percepire più facilmente il messaggio del Cosmo e della natura circostante.
Credo nella connessione delle persone con il Cosmo e le stelle. 

Credo che, quando siamo pieni di energia creativa e idee, possiamo creare capolavori immortali.

Liga Sarah Lapinska

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Direttore Gaetano Di Meglio

Pagina a cura di Bruno Mancini

Capo Redattrice Angela Maria Tiberi

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Professionisti DILA APS 20240411 – Il Dispari Luciano Somma

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Luciano Somma | COLLABORAZIONI RADIOFONICHE

(seconda puntata)

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Come promesso nel precedente articolo adesso voglio raccontare alcuni episodi, quelli che ricordo, verificatisi nei vent’anni di mie collaborazioni fisiche con le varie emittenti.

Alla prima emittente del 1976 in occasione delle prima puntata, eravamo nello studio io ed il tecnico, avevo bisogno d’un supporto per mixare il tutto e ricevere e filtrare le telefonate in diretta. Mi venne voglia di andare in bagno per un atto piccolo, grande fu la mia sorpresa nel trovare la porta chiusa con un catenaccio.

Arrabbiatissimo telefonai al proprietario che mi disse che poiché durante il giorno la radio si avvaleva di alcuni ragazzi, piuttosto turbolenti, era stato costretto a quella decisione drastica, comunque si scusò inviandomi le chiavi del catenaccio e così, come Dio volle, per quasi 2 anni non ci furono altri screzi.

Sempre a quella radio parcheggiavo l’auto davanti al portone, il locale si trovava nei pressi del porto di Napoli, un’AMY8 acquistata pochi giorni prima perché la precedente Fiat 127 mi era stata rubata.

Alle 3 di notte, a fine trasmissione, rimasi basito nel vedere che 2 marinai di colore urinavano nella parte posteriore dell’automobile.

Nel vedermi dissero che era una bella macchina, mi guardai bene nel rispondere, erano ubriachi fradici, finalmente se ne andarono e io presi possesso dell’auto che portai di prima mattina del giorno dopo al lavaggio!

Ciò che mi era stato in un primo momento negato dal proprietario dell’emittente aveva trovato nei due buontemponi Americani un posto, naturalmente inadatto, per soddisfare i loro bisogni corporali.

Spesso nelle trasmissioni in diretta giungevano alcune telefonate che, nonostante fossero filtrate, qualche volta si presentavano offensive.

Una di queste metteva in dubbio la fedeltà di mia moglie dicendomi di avere le corna.

Mi feci passare la telefonata in privato e dissi all’interlocutore che se aveva fegato lo aspettavo fuori dall’emittente, ma naturalmente il vigliacco fece cadere la linea e sparì per sempre…

Un altro episodio simile mi capitò alla CRC di Portici del Compianto Tiberi, ero in trasmissione con Giuseppe Santagata quando all’una  circa di notte arrivò un’altra telefonata, questa volta di minacce, la voce dall’altro capo ci disse che sarebbero venuti lui ed alcuni amici a “Cresimarci”, questo fu il termine usato.

La cosa c’intimorì perché non conoscevamo la zona e avevamo saputo che il pericolo era serio e veritiero.

Telefonammo alla Polizia locale e restammo quasi fino al mattino segregati nei locali della radio con 2 agenti.

Spesso collaboravano con me amici poeti ed ospiti illustri, oltre a Giuseppe Santagata, Leo Barone, Antonietta Pagliarulo, Rino Vittozzi, Peppe Russo, Tecla Scarano, Salvatore Tolino, Aldo Zolfino. Mmentre a RADIO ISCHIA il grande Ottavio Nicolardi, genero di E.A.Mario, Vincenzo Giandomenico, Rosetta Fidora Ruiz e tanti altri, veramente un numero considerevole che se anche riuscissi a ricordarli anche parzialmente ci vorrebbero diversi articoli per nominarli tutti. Appuntamento alla prossima con la conclusione delle mie collaborazioni anche in TV.

LUCIANO SOMMA

Professionisti DILA APS 20240411 - Il Dispari Luciano Somma

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LUCIANO SOMMA | COLLABORAZIONI RADIOFONICHE

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

Le mie prime collaborazioni alle Radio e TV libere risalgono al 1976.

La prima in assoluto fu con RADIO ORIZZONTI, dove, grazie a mia nipote che presentava un suo programma, mi fu offerta l’occasione di organizzare alcune notturne in diretta telefonica, con poesie lette da me e canzoni di autori vari.

Da allora fui ospite o conduttore di moltissime emittenti e TV, coadiuvato da moltissimi poeti e personaggi dello spettacolo.

Fare dei nomi mi diventa difficile perché furono veramente troppi.

Si faceva notte inoltrata e si finiva intorno alle 4 circa del mattino.

Avevamo ascoltatori non solo a Napoli città, ma anche molti a Ischia e soprattutto in provincia e finanche in altre località della Campania.

Fino al 1995, ossia in prossimità del pensionamento della mia attività di rappresentante avvenuta nel 2000.

Fisicamente, da allora, non sono più intervenuto, ma comunque da quell’anno, da casa, ho collaborato con alcune emittenti attraverso il web.

La più importante NON E’ MAI TROPPO TARDI nel 2005, dove RAI2 mi fece fare una puntata dal mio studio inviandomi suoi dipendenti a registrare.

Fu un’esperienza molto interessante con un monologo durato circa 30 minuti nel quale spiegavo vantaggi e svantaggi di usare internet ad una certa età…

Da quel periodo scrissi i testi di moltissime canzoni e sigle per animazioni turistiche.

Inviavo i Cd alle varie radio e molte di esse mi trasmettevano i brani o mi facevano interviste come ad esempio SAMMY VARIN dell’allora RADIO PADANIA che parlava dei vari territori tra i quali la Campania.

Ancora RADIO BLU NAPOLI di Gino de Vita – Radio Italia dall’Australia, l’attuale  Radio Emozioni Live di Tony Esposti che ancora oggi ogni Sabato dalle 17,30 alle 19 manda in onda mie poesie recitate e mie canzoni.

Anche in questo caso vorrei tanto fare dei nomi, ma sono veramente tante, alcune estere dalla Romania, Francia, e da tanti altri paesi Africa compresa.

Negli ultimi anni moltissime sono state le interviste telefoniche, ed altre in TV e prodotte con la web camera, tutte seguite da migliaia di visualizzazioni, a dimostrazione di un grande interesse per l’arte e per la cultura.

Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare cosa che farò nel prosieguo.

In tanti anni alcuni episodi restano fermi nella memoria a testimoniare un’esperienza sicuramente irripetibile che ha lasciato in me la grande voglia di continuare anche se, per motivi di salute, purtroppo posso farlo solo da casa.

Professionisti DILA APS 20240404 - Il Dispari Luciano Somma

 

Professionisti DILA APS 20240314

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Luciano Somma | LE RADIO AD ISCHIA

terza puntata

Concludiamo con questo articolo la breve numericamente, ma intensa panoramica delle radio ad Ischia.

Intendiamoci non escludo che magari negli altri 5 comuni ci fosse qualche altra emittente ma io non ne sono mai venuto a conoscenza.

Certo non  potevo nel mio lunghissimo soggiorno conoscere tutto di tutto, la mia memoria si sofferma soprattutto su alcuni episodi che colpirono nell’estate del 1973 come il colera che mi tenne circa due mesi e mezzo lontano da Napoli ed il terremoto del 1980, entrambi superati con grande forza di volontà dalla popolazione tutta.

Ma torniamo all’altra emittente: RADIO ISOLA VERDE gestita  da Cesare, che di lavoro era un pompiere ma un grande appassionato di poesie e canzoni.

Una sera fummo ospiti di Radio Isola Verde, io ed il poeta Giuseppe Santagata, per presentare il libro di poesie di quest’ultimo dal titolo SINCERAMENTE, con la mia prefazione.

Nel corso della trasmissione il proprietario Cesare ci offrì 2 bottiglie di vino bianco che bevemmo con gusto ma dettero un effetto inedito.

Dopo qualche ora eravamo entrambi brilli e facemmo diverse battute.

Al mattino seguente diversi amici di spiaggia, che avevano ascoltato fino a tardi, ci fecero notare ridendo alcuni passaggi.

Peccato che non si registrò!

Molto accoglienti i conduttori che avrebbero voluto facessimo almeno un bis ma la cosa non fu possibile perché nel 1983 terminò la mia presenza sull’isola.

Un volta a Napoli continuai fino al 1995 a collaborare ancora con molte radio e TV della Campania. Avrei voluto continuare ancora ma avendo acquistato un villino a Roccamonfina (Caserta) il tempo libero ed il fine settimana preferii trascorrerlo con alcuni parenti in una zona dove la castagna era la regina e la faceva da padrona e dunque dal mare ai monti, avevo casa a 650 metri sul livello del mare, dove l’aria era un po’ umida ma d’estate si stava benissimo.

I bagni li facevamo a 40 minuti d’auto a Mondragone, così diverso dall’azzurro mare Ischitano, perché, causa il fondale, era di colore marrone, ma non c’erano alternative…

Dopo il 1999, anno di vendita della mia villa, le mete estive furono Palinuro, parte della Calabria, poi le Puglie con Torre Canne (Brindisi) ed il Gargano e successivamente dal 2013 fino al 2019 a Minturno (Latina).

In molti villaggi turistici scrissi molte sigle per animazioni, intervenni in qualche spettacolino teatrale e le radio divennero solo un ricordo.

Dal 2000 però, anno del mio pensionamento, ho collaborato da casa attraverso il PC con moltissime emittenti, decine le intervista, addirittura una trasmissione nel 2005 in TV a RAI2 dal titolo NON E’ MAI TROPPO TARDI girata tra le mura di casa con una troupe televisiva.

Ad Ischia vi sono tornato un giorno del 1999 con mio figlio Sergio che venne a visitare alcuni suoi clienti essendo rappresentante di materiale edilizio e nel Novembre del 2000 per qualche giorno con una cugina di mia moglie col marito.

Ma non ci fu il tempo di visitare le Radio, l’unico posto amico fu COCO’ GELO ad Ischia Ponte dove il compianto Salvatore ci accolse con molto affetto e dove, come sempre si mangiò alla grande.

LUCIANO SOMMA

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Luciano Somma

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Luciano Somma | LE RADIO AD ISCHIA

seconda puntata

Tra le tante iniziative RADIO  ISCHIA indisse anche dei concorsi tra gli ascoltatori in merito a vari indovinelli, premi interessanti ai classificati come enciclopedie, prodotti locali, libri di varia lettura.

Un anno vi fu un concorso di poesia ideato ed organizzato dall’emittente che vide tra i partecipanti i più qualificati nomi della poetica napoletana, testi inediti ed anonimi, ebbi l’incarico di essere in giudizio e sapendo che molti amici avrebbero partecipato fui molto contento di non riconoscere nella lettura degli elaborati chi fosse l’autore.

La cerimonia di premiazione avvenne all’Hotel Jolly in presenza delle autorità, primo fra tutti il Sindaco Vincenzo Romolo, e poi lo scrittore Salvatore Di  Costanzo, il pittore Mario Mazzella, il parroco di Ischia Ponte Don Pasquale Polito.

L’eco dell’evento giunse fino al continente, alcuni giornali napoletani narrarono la cronaca della manifestazione, arricchendola di particolari, coi nomi dei 5 primi poeti classificati che costituivano l’elite degli scrittori napoletani.

Alcuni, negli anni successivi, furono graditi ospiti in vari programmi, accolti affettuosamente anche da mamma Agata che compartecipava dialogando, prima dei programmi, affabilmente coi protagonisti di quelle manifestazioni ischitane indimenticabili per chi le ha vissute in prima persona.

Come il sottoscritto il quale però dal 1983 disdettò la casa ad Ischia per altra destinazione, dopo ben 20 anni di soggiorno in vari periodi dell’anno e non solo in quello estivo…

Stare ad Ischia dal 1963 al 1983 è stata un’esperienza, in chi scrive, di grande caratura, a prescindere dalla allora giovane età, vissuta intensamente tanto da sentirmi legato a quei giorni come i più belli e spensierati della mia vita.

Anche i miei due figli sono cresciuti per buona parte sull’isola, se escludiamo il periodo scolastico, ed io ho fatto centinaia di volte il pendolare vuoi col vaporetto preso a Pozzuoli vuoi ancora più spesso con l’aliscafo.

Una traversata breve che però ogni volta mi faceva godere d’un panorama unico al mondo per la sua bellezza ed originalità.

LUCIANO SOMMA

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Vincenzo Romolo

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Alla Cortese attenzione dei Commercialisti italiani

 
Egregia/o Dottor Commercialista

l’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte – DILA APS”, della quale sono il Presidente, anche quest’anno offre a tutti i Commercialisti italiani uno spazio promozionale, assolutamente gratuito, finalizzato alla comunicazione delle attività e dei contatti relativi agli Uffici da voi diretti.

Tali informazioni verrebbero inserite, se Lei lo riterrà opportuno, come banner nei widget dei nostri siti

https://www.emmegiischia.com/wordpress/

https://www.dilaaps.it/bruno/  

Maggiori informazioni relative alla nostra Associazione DILA APS, alla tipologia delle nostre iniziative, ai riscontri medianici e agli attestati di gradimento che ci sono stati assegnati, li può trovare nei file che fanno parte di questa pagina.

Contemporaneamente, mi permetto di rivolgere la discreta richiesta di convogliare, ove possibile e senza alcun obbligo di riscontro, le donazioni del 5×1000 trattate dal suo Ufficio a favore della nostra Associazione DILA APS CF: 91013050637.

In attesa di suo riscontro, mi consideri a disposizione per qualsiasi chiarimento.

Dal 3914830355 rispondo tutti i giorni dalle 15 alle 24.

Cordialissimi saluti

Bruno Mancini
Presidente DILA APS
Ischia 8 aprile 2024
dila@dilaaps.it

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Il Dispari 20240408– Redazione culturale DILA APS

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Il Dispari 20240408

Il Dispari 20240408– Redazione culturale DILA APS

Mariapia Ciaghi – “Se Questo è l’Uomo” – DILA APS

Devo ammettere che tra le quattro principali direttrici (arte cultura sociale sport) verso le quale si muove l’Associazione di Promozione Sociale “Da Ischia L’Arte DILA APS”, della quale mio onoro di essere il Presidente, quella “sociale” occupa il penultimo posto con lo sport relegato in ultima posizione.

Ciò è dovuto a diversi fattori, il principale dei quali ritengo sia la quasi automatica vicinanza del “sociale” con la “politica” e/o con le attività clericali.

Essendo DILA APS, per scelta unanime dei Soci Fondatori, dichiaratamente a-politica e a-confessionale mi è risultato spesso piuttosto arduo (certamente per un mio limite) avviare o anche solamente parlare di un progetto”sociale”.

Se oggi faccio un’eccezione invitandovi a riflettere intorno ad un convegno che si è tenuto a Roma nel mese scorso, ciò scaturisce non tanto dalle analisi che sono state proposte, ma dalla natura stessa dei quesiti posti in discussione.

Con altre parole dico che non si è sviluppata una linea ideologica da me condivisa al 100%, che DILA APS non ne è coinvolta, ma che ritengo siano stati posti in discussione spunti seri e colti di forte valenza sociale tali da rendere interessante la partecipazione anche solo con articoli come questo.

Mariapia Ciaghi, Patron e Direttrice della Casa Editrice Il Sextante e del Magazine Eudonna, nell’inviarmi la recensione che segue, molto opportunamente vi ha premesso alcune sue considerazioni che sono in perfetta sintonia con quanto ho già avuto modo di precisare.

Ringraziandola per l’opportunità che ci ha trasmessa consentendoci di entrare nel vivo della questione, vi trascrivo il suo parere e un succinto resoconto del Convegno:

Il Dispari 20240408– Redazione culturale DILA APS

“… non condivido parte del pensiero di alcuni relatori… ma metterei in evidenza una serie di spunti di riflessione significativi che sono emersi dalle discussioni avvenute durante l’evento.

In primo luogo, viene sottolineata l’importanza di smontare i miti e i totem che costituiscono il fondamento politico e culturale dell’Occidente contemporaneo, caratterizzato da una crisi di identità.

Questa riflessione porta a un’esplorazione critica delle ideologie e dei dogmi che tendono a cancellare la dignità e la sacralità della vita umana. 

Nel corso del convegno, si affrontano diverse tematiche, con l’analisi delle tendenze manipolative della società contemporanea e la critica alla cultura del politicamente corretto.

È stata evidenziata la necessità di difendere la libertà di pensiero e di resistere alle pressioni conformiste del mainstream.

Inoltre, si è discusso del concetto di “Grande reset” e della situazione internazionale caratterizzata da emergenze e crisi, che contribuiscono a creare un clima di precarietà permanente ponendo l’attenzione sulle implicazioni di questa situazione e sulle possibili prospettive future. 

Infine, si è concluso con alcuni consigli per sopravvivere in un mondo dominato dalle ideologie illuministe e transumaniste, che promuovono una visione dell’uomo come soggetto sperimentale e manipolabile mettendo in discussione il concetto di libertà artificiale e sottolineando il costo che essa comporta. 

In sintesi, quello che importa credo sia dare una voce anche a chi è “fuori dal coro” evidenziando l’importanza di dare spunti di riflessione importanti sulla società contemporanea, sulle sue sfide e sulle sue prospettive future.

Nella mia attività di Giornalista e di Direttrice di testate non allineate con alcun partito, apolitica e aconfessionale, mi pongo lo scopo di riportare in modo obiettivo e equilibrato tutte le prospettive e le opinioni presenti in un evento o in una notizia.

Ciò include anche le opinioni o le prospettive con cui, personalmente, potrei non essere completamente d’accordo.”

Il Dispari 20240408– Redazione culturale DILA APS

FALSI MITI DI PROGRESSO

Torna a Roma il convegno organizzato da “Se Questo è l’Uomo”:
momento di confronto sul trans-umano che avanza

«Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso»: queste parole iconiche che Franco Battiato musicava quarant’anni fa, se rilette oggi, rappresentano una chiave di lettura dei nostri tempi. Proprio per dibattere e smontare i miti e i totem che rappresentano il fondamento politico e culturale di un Occidente in crisi di identità-

“Se Questo è l’Uomo” –iniziativa animata da Cinabro Edizioni, ProVita & Famiglia e dalla rivista FUOCO– è tornato ad incontrarsi Roma, proprio con un convegno dal titolo “Falsi miti di progresso. Dall’Agenda 2030 al nuovo (dis)ordine globale”.

Un momento di confronto che rappresenta una risposta ai miti, alle ideologie e ai dogmi laici che hanno come obiettivo ultimo l’affermazione di una cultura della cancellazione che travolge dignità e sacralità della vita umana.

I lavori sono iniziati con i saluti di Toni Brandi, presidente e fondatore di Pro Vita & Famiglia, per poi passare la parola a Daniele Dell’Orco, giornalista e saggista, che ha introdotto e guidato i lavori. La prima delle due tavole, dal titolo UN FUTURO “SENZA FUTURO”? Difesa della vita e dell’identità: oltre cancel culture, censura e politicamente corretto, ha ospitato il portavoce di “ProVita e Famiglia” Jacopo Coghe, il docente e saggista Gianluca Marletta e Marcello Foa, già Presidente RAI e giornalista.

Coghe ha denunciato come l’attacco alla famiglia e alla natalità sia il vero obiettivo della teoria gender: uno spettro che si aggira nei nostri tempi e che, innestandosi in un abile piano di manipolazione delle coscienze, sta ancor più squilibrando i sani rapporti tra uomo e donna, rivolgendo il proprio attacco ai sani processi di sviluppo armonico e naturale dell’identità sessuale dei bambini e degli adolescenti.

Ogni giorno di più, assistiamo a ciniche strumentalizzazioni per alimentare questi falsi miti, con cui accelerare l’attacco alla famiglia che è poi la via maestra per la distruzione dell’identità sociale e collettiva.

Gianluca Marletta ha inquadrato tali tendenze corrosive nell’ambito di un più vasto piano di manipolazione di massa che scagliando ormai l’ultimo attacco alle identità.

Fino a quelle più elementari e naturali, avendo ormai già annichilito gli ultimi bastioni dell’etica e della morale.

Ma questo lavoro di manipolazione e rimbecillimento, ci ha ricordato Marcello Foa, è stato condotto tramite la negazione, mascherata da sicurezza, della libertà di pensiero, incanalata nei “dogmi” del politicamente corretto e di un mainstream creato ad arte ormai da decenni.

Gli interrogativi per l’umanità di oggi sembrano legati a doppio filo all’ideologia ambientalista, idolatria di un’indefinibile ‘Madre Terra’ a cui, come un Moloch, sembra si debba essere pronti a sacrificare tutto, anche i nostri figli, in nome della ‘sostenibilità’.
In sintesi, tutto ciò non è altro che la maschera della deriva transumanista: ultimo atto di quell’inganno che, complice l’idolatria della tecnica, sta deformando l’uomo, definitivamente privandolo di quell’immagine divina che ne è – questa sì – la più vera e profonda essenza.

Daniele Dell’Orco ha aperto la seconda tavola rotonda, dal titolo ‘SUDDITI O SOVRANI? La postmodernità tra Agende globali, tirannie delle emergenze e conflitti’, che ha visto in prima linea il fotoreporter di guerra Giorgio Bianchi, il medico neuro-endocrinologo Giovanni Frajese e il fondatore di VisioneTV Francesco Toscano.

Si è subito acceso un vivace dialogo tra gli ospiti e il moderatore, un botta e risposta trasversale e davvero plurale, esattamente come le identità dei relatori coinvolti.

Il tema cardine, ossia il ‘Grande reset’ e la fatidica ‘scadenza’ del 2030, è stato ben centrato da Francesco Toscano, seguito da Giorgio Bianchi e Giovanni Frajese.

Sono stati delineati gli elementi chiave di un’accelerazione sempre più frenetica verso la fatidica data: disordine globale e scenari di guerra.

Elementi che si incardinano e favoriscono l’imperante tirannia delle emergenze che, volta per volta, crisi dopo crisi, sta delineando uno scenario di precarietà sempre più permanente, normalizzato e ‘orwelliano’.

Di fatto, solo dal 2019 abbiamo visto affastellarsi in rapida successione il Covid-19, la guerra russo-ucraina, la crisi energetica, la crisi climatica e ora la guerra in Terra Santa che, prossima ad espandersi in tutto il Vicino-Oriente, minaccia di fagocitare il mondo… quale sarà la prossima emergenza?

Quale futuro ci riserverà la situazione internazionale?

Molti gli spunti e le riflessioni suscitati da questi interrogativi.

Infine, sul palco un ospite “in maschera”, in arte Boni Castellane: i suoi sono stati consigli di sopravvivenza per essere nel mondo ma non del mondo, per sopravvivere in quella ‘terra ostile’ in cui le ideologie illuministe trovano compimento nelle visioni e nei progetti transumanisti, per cui l’uomo non è altro che il luogo per l’attuazione e il superamento di tutto ciò che è possibile solo perché pensabile, per la sperimentazione di ogni nuova ‘libertà’ artificiale.

È filantropia? No.

È la sinistra consapevolezza che ogni ‘libertà’ ha un prezzo e che, dunque, chi vuole essere artificialmente libero è sempre a debito.

Alla fine dei lavori gli organizzatori Cinabro Edizioni, la rivista FUOCO e ProVita & Famiglia, nella persona di Jacopo Coghe, hanno lanciato una sfida: farci testimoni del Vero, del Bene e del Bello che è l’autentica essenza dell’essere umani.

I lavori di ‘Se Questo è l’Uomo’ proseguono: aperti alla partecipazione ed al contributo di tutti coloro che sono pronti a mettersi al servizio della Vita e della Verità. Oltre tutti i falsi miti di progresso.

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Il Dispari 20240325

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Così o come

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

Sesta puntata

 

Parte seconda

CAPITOLO PRIMO

Avevo da poco terminato di scrivere le pagine che avete letto, e mi accingevo ad un primo approccio con il capitolo cinque ancora vuoto quando uno squillo, dallo strano sapore di mandorle o nocciole tostate e zucchero nasprato, fece sobbalzare, non solo il segnale d’avviso del mio videotelefono, non solo i pesciolini rossi nella boccia trasparente casualmente aderente all’appoggio rumoroso e traballante (per loro fu quasi un terre-mare-aria moto secondo la teoria fisica della propagazione delle onde nei liquidi), non solo gli occhiali sul mio naso per il repentino movimento della testa, e la bionda schiuma di birra commerciale versata distrattamente nel bicchiere arrotondato a forma di bocca di vulcano spento, e poi la lunga scia di fogli sparpagliati sovrapposti disordinati in equilibri provvisori ed instabili, e la cenere della sigaretta che stringevo tra i denti per il tiro tiraccio tirone tiretto finale, ma, se volessi dire tutta la verità, dovrei aggiungere particolari perfino sulla rottura sobbalzo sballottamento scatenamento giramento girotondo di… parti basse del mio ventre, mentre, invece, mi voglio limitare ad affermare che quello squillo, la cui provenienza avevo identificato sul minuscolo schermo tecnologico luminoso, creava un potente sbarramento per ogni via di fuga della mia solitudine notturna.

Cercavo di distrarmi, quantunque l’aggeggio continuasse a vibrare, squillare, tormentare i pesciolini rossi, con un forte odore di odissea nello spazio intriso di sfumature all’incenso e vino cotto tanto invadente che, insinuandosi nei lobi auricolari, attraversava incudini e martelli per biforcarsi maleficamente (i miei amici Indiani chiamavano l’uomo bianco lingua biforcuta) tra una papilla gustativa spugnata di birra popolare ed un pigmento olfattivo catramato nicotinizzato bruciacchiato.

Ero stanco, avevo martoriato mortificato martellato per ore lo strumento della mia incapacità, della mia disperazione, del mio sublime aver voluto: il sassofono tenore di marca Orsi ed ancia selezionata in faticosi esperimenti.

Ero suonato, per l’accesso intermittente ininterrotto intenso alla cassetta caverna cassaforte caveau del grosso stipone stipato nell’angolo dietro la porta della cucina: silenzioso bianco latte frigorifero custode delle mie birre popolari.

Ero nel panico per mancanza di appigli appoggi appelli, apriti Sesamo, a chi mi rivolgo, aprimi Sesamo aprimi uno spiraglio speranza abbaglio, per la matita spuntata nell’ultima riga.

E lui suonava!

Mi correggo. Correggo la frase plebea.

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E lui suonava, significa che un lui, quindi un individuo di sesso maschile usava uno strumento adatto a produrre piacevoli onde sonore ecc, in vero io volevo dire che lui, il telefono, esso, continuava ad emettere vibrazioni sgradevoli sgradite sgraziate, grazie.

Lui, esso, squillava, e la curiosità, onde scoprirne il motivo, sculettava per sedurre indurre il pigro indolente rotore del mio sistema ad attivare uno sforzo punto X punto Y, tale da movimentare delicatamente l’unghione della mia mano oppure il pistillo della penna, fin sulla mini tastiera del cellulare mignon, in tal modo connettendo, con sua soddisfazione, le due utenze.

Ero spossato spompato sbolinato annacquato svaporato distrutto da “Così o come”, racconto docile ed irrequieto che mi aveva assecondato per sfuggirmi, e mi aveva illuminato per trattarmi come il pennello di un oscilloscopio relegato a registrare le intensità dei terremoti eruzioni vulcaniche maremoti bradisismi onde cosmiche venti solari. L’elettroencefalografo di uno, trenta, quaranta, due emozioni cerebrali.

Ero tutto ciò per la imminente immanente forse immemore non immortale, immateriale fine della mia semplice nutrizione mentale.

Aurora, la Signora, la Donna Guascona, non avrebbe fatto schiaffeggiare il mio silenzio notturno dallo stupido gracchiare di un cellulare se non avesse trovata la cacca nella marmellata, oppure la marmellata nella cacca, che non significano lo stesso quid.

Quanto avrei potuto resistere?

Neppure cinquecento squilli.

Addormentarmi?

Neppure con trenta caffè!

Tanto valeva affrontare l’ignoto, e speriamo bene.

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-«Pronto.»

-«Ignazio?»

-«Sì, Aurora, sono io. Ma perché mi chiami Ignazio anche in privato?»

-«è Il tuo nome d’arte. Ricordi “La Notizia virgola la Condanna punto”? Tu non mi chiamavi “Signora”, io scelsi per te il nome Ignazio. Un nome d’arte.»

-«Come stai Aurora?»

-«Così!… Sei solo?»

-«Sempre a questa ora.»

-«Lo so che è tardi, però anch’io non… mi sono posto il problema… domani sarebbe inutile… Ricordi l’uomo dal fiore di ginestra all’occhiello del bavero?… Parla sempre di te…»

-«Perché mi hai chiamato?

…Anche per me lui è un punto di riferimento importante “così o come” la sua donna dalle mani ambrate.

…Perché hai chiamato?»

-«Lei, adorabile, se potesse riabbracciarti sarebbe la felicità assoluta. è Aurora che ti parla, l’amica.

Non ho dimenticato la spontanea disponibilità con la quale ti sei proposto, nel momento per me più delicato, contrastando l’agguato che Snob Rob ed i suoi compari di luride merende avevano tentato nei confronti di me SIGNORA…»

-«Aurora, ho capito, amica, è tardi, se vuoi ne parliamo domani, lo so, amica, sei amica, mia amica e basta. Aurora, perché hai telefonato?»

-«Così vuoi, così sia. Sei stato convocato.»

-«Io? Quando?!»

-«Domani sera alle venti.»

-«Così poco tempo?»

-«E’ già tanto saperlo.»

-«Allora ci vedremo presto!»

-«Già. Ho ottenuto che ti sia concesso il privilegio di un accompagnatore ufficiale.

Sarà da te fra poco.»

Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

Fine della telefonata.

Fine della trasmissione.

Fine di cos’altro.

Fine.

Aurora, in virtù dei nostri precedenti ottimi rapporti di complici intese, aveva chiamato per dirmi di aver inviato “Qualcuno” a prelevarmi, con lo scopo affettuoso di non lasciare che effettuassi da solo il difficile viaggio di trasferimento che mi chiedeva di compiere.

Giusto?

Giusto.

Preparare i bagagli o sistemare i bordi sconnessi delle pagine già scritte?

Abbozzare il mancante capitolo cinque, titolandolo: “Bozzetti di famiglia”?

Di quanti Castelli, Pinete, Canneti, Tagliacapelli, Carrozzai Carrozzieri Uomini e Donne, presenti nel mio cuore con bandierine mascherate piuttosto che luminescenti, vorrei scrivere un “senza fine”?

E mia madre, mio padre, le sorelle?

Gilda?

Troppi.

Troppi, fino a domani sera alle venti.

Dei bagagli ne faccio a meno.

Bevo una mega birra super popolare.

Era di certo a breve distanza da me, a pochi metri se non addirittura in una delle stanze attigue.

Se avessi chiesto l’avrei saputo con precisione.

Le mie prime reazioni di stupore incredulità sorpresa “è così o no?”, malinconia sconforto abbandono “Che ci posso fare!”, immobilità fisica mentale sentimentale “Doveva accadere prima o poi”, vennero inghiottite insieme alla bella schiuma gialla della birra popolare e furono soppiantate da brevi fugaci emozioni mai dimenticate: i tesori ed i retaggi degli incontri determinanti per la indiscutibile amicizia tra me e la “Signora”.

La fama della mia amicizia con Aurora, in modo particolare dopo la pubblicazione di “La Notizia virgola la Condanna punto”, unitamente a tutta una serie di pettegolezzi urbani riguardanti il mio sistema di vita imbottito, dicevano, di estrema pigrizia indolenza disattenzione distrazione (io direi, invece, giusto impegno parsimonia e saggio economizzatore di beni importanti quali il tempo e lo spazio), “così o come” accadde per i films di Rochy, avevano posto la mia immagine all’apice del consenso, ma la mia vita privata nell’infernale sfera della popolarità.

-«è lui, è lui!»

-«L’amico di Aurora, venite…»

-«Ignazioooooo…»

-«Una birra popolare al signor Ignazio.

Mi permette una foto? Sì grazie. Scatta, fai presto, il signor Ignazio ha fretta.»

Un bestione alto due metri e trentacinque centimetri, tra pollice e mignolo, un giorno mi ha poggiato affettuosamente la mano sulla spalla e per poco non m’inchiodava al suolo come una palina di fermata autobus.

Una bagascia dai giochini veloci – ultra veloci – rapidi – urgenti tariffe maggiorate, mi ha baciato quasi sulla bocca nel supermercato gremito di gente e, forse peggio, ha spalmato sulle mie braccia con le sue ascelle sudaticce un indefinibile odore di capre e di pesci, di fattrici e di stalloni, di sessi e di colonie.

La bimbetta non ancora ragazzina stentava a comprendere gli ordini della mamma, però mi guardava come se fossi stato un vecchio Babbo Natale, intanto che mi tirava i pantaloni mostrando un blocchetto ed una penna per pretendere un autografo.

Sì forse è meglio cambiare programma, dicevo a me stesso durante ogni pausa di lavoro che mi consentivo (già non lo sapete, ma io lavoro, faccio il “A”.

“B” faccio l’assaggiatore di birre.

“C” faccio l’avvocato del diavolo.

“D” faccio l’uomo della provvidenza.

“E” faccio il servo degli istinti.

“F” faccio Ignazio di Frigeria e D’Alessandro.

“G” faccio l’uno e il trino più tre.

Bussano alla porta…

L’apnea è la scommessa perduta, la spirale avvolgente, il lusso svogliato.

Fine sesta puntata.

Segue la prossima settimana.

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Il Dispari 20240318

Il Dispari 20240318 – Redazione culturale DILA APS

Così o come
Un racconto di Bruno Mancini
inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

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Quinta puntata

Parte Prima

CAPITOLO TERZO

C’era una volta ed ora non c’è più, è una espressione di dolore dissimulato, la maniera atavica di considerare una perdita, qualsiasi essa sia stata, al pari di un accadimento ineluttabile, una forza del destino, una scelta divina, a secondo delle diverse dottrine alle quali ci si voglia rapportare.
C’era una volta ed ora non c’è più, è comunque una frase meno sferzante e dolorosa di: c’erano una volta ed ora non ci sono più.
Meno sotto tutti gli aspetti: quantità, certezze, valori.
Non sempre è possibile accertare, per singoli eventi, quanti siano stati coloro che “C’erano!”.
Nel tentativo d’identificare chi o cosa valga l’affetto che gli dedichiamo, e ne sia degno fino al punto da meritare l’inserimento nel nostro personale elenco speciale dei “C’erano!”, dobbiamo ricostruire molte difficili certezze.
Non sono certo che esista, per ogni situazione, uno specifico sistema adatto a farmi assegnare valore alle univoche diversità, nel caso in cui esse rappresentino i tanti o tante che “C’erano!”
“Così o come”: così trama e dubbio (sempre lui), o come da rivolo a torrente, il mio segreto addio saluta le PINETE D’ISCHIA.
C’erano.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, le PINETE D’ISCHIA non ci sono più.
Proseguendo nella particolare marcia per l’avvicinamento alla efebica idea del racconto di uno spacco inciso tra le facce, di Ischia e degli ischitani, che ho amato in maniera inconsapevole, mi piombano addosso, scostumati, i canneti a ridosso delle distese sabbiose che merlavano con ricami inconsueti i bordi tra l’isola e il mare.
Era esaltante la solitudine di ascolti, tra venti e risacche, dei fruscii di lucertole verdognole e d’innocue bisce in contrappunti, duetti e contrasti con i battiti delle ali di calabroni simili ad elefanti, o di vespe ed api più veloci degli elicotteri modello da battaglia.
Ero lì.
Io c’ero.
Forse cercando vermi da usare come esche sulle trappole per uccelli, direbbe il diavoletto.
Assaporando la prima dose di una poesia drogante mai più dimenticata, direbbe il santarello.
Partecipando ad una irripetibile esplosione di schioppettante bellezza, direi io.
Così trama e dubbio, come da rivolo a torrente, il mio segreto addio
saluta i CANNETI D’ISCHIA.
C’erano.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, i CANNETI D’ISCHIA non ci sono più.
Vorrei poter cambiare almeno il corso delle mie giornate per farle iniziare dalla sera e cessare all’ora di pranzo, trasformando in sonno la pennichella pomeridiana, ed in attiva fioritura le faticose ore che le notti attuali concedono alle mie vibrazioni.
Questo racconto semplice come può essere la ricostruzione, mentre sono bendato, bendato, del mio profilo nasale, apparentemente svogliato, privo di fronzoli e inganni né più né meno di Cappuccetto Rosso, ma, in effetti, affaticato dai problemi che torcono i sogni in desideri, che intrecciano passioni ed affetti, ricordi e realtà, il nostro andare in carrozzella ed il tiro del cavallo, questo racconto mi chiamerebbe fazioso sfuggente incompleto se non menzionassi la perla nera di tutti gli abissi che sono stati perforati con malvagità ed abusivismo sulla pelle e nel cuore della mia isola.
L’orca marina uccide per sopravvivere.
Il leone marino di oltre due quintali, caccia con volteggi essenziali.
“Così o come” un rudere, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO sprigionava il lezzo dei morti ammazzati in tentativi di conquiste e difese, i profumi di spezie cortigiane e principesche, gli odori unici ed irripetibili di mirti o di muschi trasportati da brezze contrastanti tra ceneri vulcaniche e spruzzi d’onde sfacciate, gli effluvi per nulla evanescenti di sterco di muli e cavalli, i vapori solfurei della grotta deposito per polveri da sparo, il fumo della bestia rosolata a fuoco lento nel cortile delle feste.
“Così o come” un simbolo, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO scopriva senza civetteria il suo interno, ove, rinchiusi racchiusi socchiusi, mitiche alcove, ruderi anonimi, antiche fortezze e nuove prigioni, in alcune notti fungevano da segreto richiamo per giovani coppie in cerca d’ispiranti atmosfere amorose, nei giorni di festa si confacevano a lussureggiante baita per famiglie in gita domenicale con la classica frittatina di maccheroni avvolta in due piatti ed una salvietta, e, non tanto raramente, si prestavano ad accettare il ruolo di solitario rifugio per sperduti intellettuali scappati dai disincanti di schematici palazzi cittadini.
“Così o come” una gioia, nel tempo delle PINETE e dei CANNETI, il CASTELLO offriva la luminosità dei nostri orizzonti naturali sparsa senza ritegno sulle profonde tracce lasciate nella rocca maniero da eventi impetuosi e passionali. Per ora basta così!
CASTELLO ARAGONESE IL CASTELLO D’ISCHIA.
Volete un residence, un ascensore, un botteghino, un ristorante, un cannocchiale sul golfo, volete una scia di storia coperta da muraglie di cemento, volete un isolotto bucato come una gruviera, squassato da malte e laterizi, illuminato con i fari ed i laser dei by night, stordito da urli urlacci musica musicaccia, volete una Vostra eredità intangibile trasformata in affare turistico: ecco a Voi IL CASTELLO ARAGONESE D’ISCHIA.
Oggi potete chiamarlo “IL CASTEL LETTO”.
Albergo a “?” stelle.
“Così” trama e dubbio, “come” da rivolo a torrente, il mio segreto addio saluta il: VECCHIO BALUARDO ARAGONESE, CASTELLO D’ISCHIA.
C’era.
Grazie ai miei amici ed ai miei nemici, se mai ne ho avuti degli uni e/o degli altri, il CASTELLO ARAGONESE D’ISCHIA non c’è più.

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CAPITOLO QUARTO

Sbambagiate anteprime di timpani.
La musica di Gershwin.

Violenta la Musa il suo clarino.
Va tutto bene.
Bacchetta d’Africa infernale.

Semplici dita ruotano sui tasti.
Tu nero tu bianco.
Le note e la bacchetta.

Riflessione in versi su un fantastico concerto diretto da Marshall e trasmesso da Rai tre alle due del 10/06/05.

“…
Ti benedica la Musa
mentre
non senza titubanti tenerezze
liberi suoni e silenzi da
orpelli congeniti
che
trascinano con affanno.
…”

Passato il tempo delle more, sopraggiunge il periodo dei fichi. Le angurie attendono impazienti.
Ora che ho quasi esaurito il rigido menabò, verde speranza come il colore di una papaia, impostomi per la millesima volta da una irriducibile vecchia vacca razionalità, ora, salve, non sono innocente.
“Ho pensato tutta la notte…” è una frase comune così o come “Ricomincio tutto da capo…”, “Coraggio.”, “Ce la puoi fare…”, “Non chiedermelo…”, “Il primo vagito.”, “Un sospiro!”, “Presente.”, “Pronto.”, “Sì.”, “No.”, “Perché?”, ma si meritano spazi consistenti in una iperbolica classifica anche “Cosa ne pensi?”, “Possiamo provare…”, “Ho preso qualcosa per cena.”, “Ci si può divertire.”, “Cos’è?”, “Come?”, “O.K.”, “D’accordo.”, “Chi è?”.
Lesto, mi preparo al meritato sollazzo di chi ha completato dopo un’ora il budget di un mese, l’oscar mi attende.
Sento una voglia gagliarda di oscurare tutto il mio lavoro riducendolo in un affresco in bianco e nero.
Neppure mi è chiaro cosa significa questa affermazione.
Forse che ogni inciso, parentesi, segno di punteggiatura, avverbio aggettivo preposizione e tutte le balzane forme di interpunzione, contengono virus malefici capaci di aggiungere sfumature ai decorati basamenti dei miei obelischi mentali, adducendoli sotto leviganti cascate normalizzanti?
Non voglio.

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CAPITOLO QUINTO

CAPITOLO SESTO

Mi benedica la Musa
mentre
non senza titubanti tenerezze
libero suoni e silenzi da
orpelli congeniti
che
trascinano con affanno.
“Così o come” (la mia nuova libidine esistenziale), non è
ancora terminato, né so se e quando avrò ancora palpiti che
m’indurranno ad aggiungere respiri e forme al suo cuore ormai pulsante, direbbe un cardiologo.
Comunque, se vuoi: Lui disse alla Musa

“……
non sia condanna, per le mie idee ansie
che nutro con poche scoregge di vita liberate dai miasmi
generali
cardinali
multinazionali

… ,
la tolleranza.
Che io sia follia,
non folle.”

Per dire che la voglia di consenso non dovrebbe convincere l’autore a togliere la scorreggia dal verso, “Così o come” nessun lettore, quantunque privilegiato, dovrebbe rompergli i coglioni con le “sue” idee, ansie, e tutto il resto.
Fin che posso, non allargo le gambe nel ruolo dell’autore, e non le accavallo in quello del lettore.
Ciao.

Fine quinta puntata.
Le precedenti quattro puntate sono state pubblicate il 29 gennaio, il 5 febbraio, il 26 febbraio e l’11 marzo.

Segue la prossima settimana.

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Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Un racconto di Bruno Mancini

inserito nel volume “Per Aurora volume terzo”

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Il Dispari 20240311

Quarta puntata

 Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

Altri personaggi candidati: – Andrea – Ciccio – Aniello…

Volendo comprendere le banalità insite nelle semplificazioni adoperate per ridurre in un breve promemoria una serie di azioni, tra loro simili ma differenti, è sufficiente permeare, spianare, e quindi valutare, quanto viene affermato in uno dei più celebri messaggi popolari.

Affidato a noi ragazzi dai saggi vissuti negli anni delle Pinete d’Ischia, esso proclamava: “Occhio che non vede, cuore che non soffre”.

Andrea era cieco e soffriva, sia a causa delle oggettive privazioni di cui la sua quotidianità risultava costellata, sia per i ricordi di quante meravigliose immagini avevano fermato i suoi sguardi nei tempi passati.

Egli pativa anche, o forse principalmente, in quanto il buio visivo nel quale era immerso da anni aveva dapprima circoscritta, ed infine definitivamente imprigionata, la sua indole di spontanea prorompente ricerca conoscitiva.

In un evidente contrappunto ai limiti fisici caratterizzati dalla deficiente situazione sensoriale, Andrea aveva affinata una capacità mnemonica quasi oltraggiosa a confronto di quella dei vedenti.

Ogni settimana, prevalentemente di venerdì, lo scrutavo mentre era impegnato a scandire una sequenza impressionante di colonne totocalcio alla compagnia di un esiguo gruppo d’amici.

Eseguiva, mentalmente, complicate elaborazioni.

Dettava serie enormi di dati che altrimenti si potevano attenere solo rivolgendosi a ricevitorie speciali dotate d’apposite attrezzature computerizzate.

Robotizzato, era un aggettivo che specificava bene le sue attitudini.

Non solo per lui era elementare lo sviluppo del “sistema” di sette doppie (che si articola in cento ventotto colonne di tredici segni ciascuna), ma con stupefacente naturalezza, bevendo un cappuccino e fumando un pacchetto d’Edelweiss, riusciva a dettare la serie completa di colonne di tutti gli altri sistemi, integrali o ridotti, per i quali gli si chiedeva collaborazione: quattro triple, tre triple e tre doppie, cinque triple e tre doppie ecc.

Non dico che ritenevo impossibile memorizzarne le formule, ma che mi colpiva la sua abilità di specificarne le risultanti colonne senza potersi servire d’alcun aiuto.

Insomma sono tuttora convinto che è certamente un risultato di grande concentrazione riuscire, senza neppure un foglio di carta ed una penna, ad elaborare quegli insiemi composti da tante numerose variabili.

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Altri personaggi candidati: Renato…

-«Bongiur, chi lé Renatò pittooor artistà? Pittor? Fet capellì mio peìit?»
-«Bell Madama, eccomi, tutto per tuà.
Frances, acconcia il ragas, io penso alla Francès.»
-«Al top, al top, ahhh… an top… uhhh…»
-«Franco, quante volte devo dirti di non fare uscire sciù sciù dopo cena?
Riponilo in gabbia, vedi, la Signora ha paura.
Ti ho detto mille volte di non lasciarlo libero se ci sono persone estranee!
Non lo conoscono, poverine, e credono sia un topo!
Sciù sciù!
Cherì, non ti preoccup, ora lo risistemiam nel suo allogg natural.
L’abbiamo cresciuto noi, da piccolo.
Sapess com lu er tre malconc!
Dai Franco, sbrigati.
Al piccolo i capelli li facciam con taglio modern a spazzola, oppure con baset lunghe alla marsiglies?
Franco, Franco… … e acchiappalo, sotto la sedia… come sempre il birichino.
Scend, petit cherì madame, non morde, vuole solo digerire il pollo e le patatine fritte che ha mangiat nella dispensa, è bravo, sciù sciù, non mord, scendi, Matam e scendi Signora, appoggiati, bella Signora, Madame la franceson.
Così ohhh così con il braccio intorno alla mia spal, scendi piano piano, piano, piano, lentament, fammi sentire le braccia sul collo, cazzo che zizzona, FERMATI, sciù sciù è sotto il lavello, Franco sbrigati, spicciati…  aspetta, non correre, piano, afferralo senza fretta, Madame è bona… azzo se è bona…»
-«Ahh… Ahh… eccolo…»
-«Niente paur ora ti prendo in bracc e ti porto al sicur nel retrobotté.
Francooooo… … e tieni a bada il ragazzino!»

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

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CAPITOLO SECONDO

Il risveglio è a volte imbarazzante per i tanti enigmi nei quali era rimasto imbrigliato durante la sonnolenza.

Mi rendo conto di quanto sia assurda l’ambizione di regalarmi, volontariamente, un’atroce ossessione, eppure, nessun oblio mi tenta.

Il comodo abbandono di una risalita in ascensore si annulla di fronte alla vorticosa bellezza della scala acchiocciolata.

Voglio il mio.
Aspro e bollente.
Che sia il mio.

Gli architetti della vita non hanno predisposto ermetismi sufficienti ad impedire le fughe della mia fantasia.

Resterà negra e ribelle, piuttosto che conformarsi ai candori delle false fattrici di misteri.

Ai comodi abbandoni
di sbalzi
in ascensore,
vorticose bellezze
di scale acchiocciolate.
Voglio la mia.

Dalle false fattrici di misteri
insufficienti compromessi,
o Principi o Caini.

Voglio la mia
aspra e bollente.

Per assurde ambizioni
invento
atroci ossessioni:
orridi
oscuri
oblii.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle.
 
I veri architetti della vita
dileggiano
con antichi ermetismi,
o corde o grotte o celle.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia.

Imbrigliati da enigmi
di torpori,
risvegli imbarazzanti
osteggiano.

Voglio la mia fantasia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia,
in fuga solitaria.

Io sono acqua, ovverosia, il risultato di un fatto: ossigeno e idrogeno s’incontrano in una scarica elettrica.

L’uomo, la donna, idem.

A volte mi chiedo come mi comporterei, e quali scelte effettuerei, nella improbabile eventualità che un magnifico marchingegno scientifico biologico elettronico spaziale sfavillante (sfavillante è sì fuorviante ma attinente), sconvolgente e dissacrante, insomma iper moderno globalizzato (l’attrezzo di una estrema concezione della vita, il pomo del nuovo peccato originale, il sogno di ogni folle ricercatore artista autista di viaggi impossibili madre di flotte frignanti magnifici regnanti e scomodi accattoni utili servi e pavidi legionari…), rendesse possibile la retro metempsicosi.

Poter scegliere, prima di dissociare i contorti meccanismi molecolari che mi governano, in quale “X” già vissuto volermi riprodurre per proseguirne le abitudini e sopportarne i difetti.

Un cane, una pietra, un uomo?

Ai comodi abbandoni
di sbalzanti ascensori,
vorticose bellezze
di scale acchiocciolate.

Voglio la mia.

Per assurde ambizioni
m’invento atroci ossessioni:
orridi
oscuri oblii.

Voglio la mia
aspra e bollente.

Dalle false fattrici di misteri
insufficienti compromessi,
o principi o caini.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle.

I veri architetti della vita
dileggiano
con i loro antichi ermetismi,
o corde o grotte o celle.

Voglio la mia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia.

Imbrigliati da enigmi
di torpori,
risvegli imbarazzanti
osteggiano.

Voglio la mia fantasia
aspra e bollente
negra e ribelle,
che sia la mia,
in fuga solitaria.

Ma non scherziamo!

è già tanto se l’ippocampo non risulta inserito nella lista dei protetti, a guisa (che sciccheria “a guisa”) dei pentiti pluri extra super assassini.

I pipistrelli ci sono riusciti.

Forse con qualche raccomandazione, oppure, com’è documentato nell’archivio storico della mia immaginazione, con larvate minacce di penetrazioni notturne nelle quiete stanze dei rampanti animalisti ambientalisti autonomisti assolutisti accreditati difensori di tutto quanto esiste, fu, esistette, fu stato, è.

Un pipistrello in cambio di cento zanzare sarebbe un affare?

Nelle cities (plurale di city: città!) dagli immensi benesseri malesseri ossessi o sessi o calci nelle palle, sollecitati sbirri dondolano chiappe bucate per soldi e per potere.

Si sbaglia chi crede che ogni violenza è vincente, «così o come» un dito nel culo, ma non è per nulla certa la sacrale conquista da parte di ogni desolata pietà.

Ma non scherziamo!

Giulio era un uomo d’onore o di onore?

Ne farò una poesia.

Le guardie notturne
attaccano all’alba
la chiave alla bacheca,
i nostri giornali
il prode ed il bislacco.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
Gl’ippocampi sguazzano
in ogni polla
al pari di pesci,
i nostri Giulio Generale
tra i baci dei prudenti.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare.
Ossessi dondolanti
per soldi e fra poteri
bucano chiappe cittadine,
i nostri uccelli neri
ronfanti animalisti.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare
per la sacrale conquista.
A Roma si scopre il
bianco alla finestra
sbaglia chi crede,
a Cuba
il rosso nella cella.

Ma non scherziamo!

Attacco all’alba
con sciami di zanzare
per la sacrale conquista
della vostra libertà.
 
Fine quarta puntata.

Le precedenti tre puntate sono state pubblicate il 29 gennaio, il 5 febbraio e il 26 febbraio.

Segue la prossima settimana.

Il Dispari 20240311

Per Aurora

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

Il Dispari 20240311

l Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226

Così o come

Un racconto di Bruno Mancini inserito in

“Per Aurora volume terzo”

https://www.lulu.com/it/shop/bruno-mancini/per-aurora-volume-terzo/paperback/product-29y6wr.html?page=1&pageSize=4

Terza puntata

Parte Prima

CAPITOLO PRIMO

Costui, in fondo, era un uomo gioioso e collerico, sensuale rude e tenero, bislacco e profondo, futile e sottile. Un brivido per donne di sani tradizionali principi, per maschi timorosi di confronti e per tutte le belle statuine dei presepi viventi allestiti nelle piazze e nelle feste di paese.

Nessuna persona provvista di buon senso avrebbe voluto provocare un confronto con la sua dissacrante, violenta ed anarchica mancanza d’auto ironia:

-«Coloro che bussano alla porta, i bussanti, i bussatori – e così anche il liquido di una bottiglia dal tappo di sughero biondo come la schiuma della mia birra commerciale o come i baffi scoloriti dalle tremila sigarette che fumo in meno di cinquanta giorni – non sempre sono i migliori nel catalogo degli attesi.

Io credo che l’America avrebbe dichiarato guerra al Giappone per l’affronto delle Hawaii, ma non si sarebbe impegnata nello scacchiere europeo se l’Italia non fosse stata in lizza.

Il Dispari 20240226 – Redazione culturale DILA APS

Senza la partecipazione del nostro Duce al conflitto, loro, le stelle e strisce, avrebbero comodamente sistemato l’orticello acquatico del vicino Pacifico non creandosi altre preoccupazioni.

Le fabbriche di cannoni ed ogive per proiettili dalle svariate caratteristiche, avrebbero continuato a produrre utili e benessere economico con minime perdite di vite umane, sia in regime di guerra, sia nel successivo tempo di ricostruzione.

Ma “la popolo ed il popolazione” nel continente a stelle e strisce era formato in maggioranza da itali americani.

“Non salviamo i nostri cugini zie e nipoti amici fratelli padri nonni madri cumparielli padrini sorelle consanguinei conoscenti? Il cattivo li opprime.

Noi siamo la libertà.

Loro, gli Italioti, custodi delle nostre radici, delle nostre origini, delle nostre fedi, sono persone a noi care. I nostri consanguinei sono ingenui, semplici, affettuosi, docili, simpatici, gentili, ospitali.

Sono poveri scemi imbrogliati dal fottuto figlio di puttana. Abbiamo lottato contro le Montagne Rocciose, gli Apache, il Fiume Colorado, Geronimo, ed il Deserto del Nevada, che facciamo, gli spettatori nella corsa alla conquista dell’Italia, l’origine delle nostre origini?

Non sia mai detto!

Andiamo.

WE GO.”

E vennero.

Non piangere, bambino, tua madre fu violentata da truppe marocchine, sì, sotto il comando di…, sì, sì, sì… ma non erano i cugini, neppure le settantamila, settecentomila, sette milioni, sette miliardi di tonnellate di bombe a tonnellate sui vicoli palazzi spiazzi giardini pubblici scuole chiese alberghi prostiboli… et de hoc satis.»

Questo racconto tenta di forzarmi la mano ed impormi continue traiettorie, contigue confinanti collaterali collegate complici comuni compiacenti, che non rientrano nella serafica visione morfologica che inizialmente avevo architettato.

Il breve ritratto di un Costui spolverato dal manuale del tipico esistenzialista pacifista comunisteggiante anarcoide, non prevedeva la messa in scena di un superbioso trattato storico sociale.

Costui quindi tornerà accanto alle altre figure nobili della ormai distrutta civiltà che abbiamo vissuto nella ex Isola Verde. Tuttavia, per non convalidare la tesi secondo la quale non avrei rispetto per nessuna giusta curiosità, e tanto meno per gli ormai codificati standard letterari, completerò in poche righe la tesi elaborata da Costui.

Il Cattivissimo perse la guerra, poiché aveva commesso l’errore madornale ed irreparabile di pretendere l’alleanza del Semi Cattivo. Ciò in quanto tutte le operazioni militari del suo Sub alleato si rivelarono tanto velleitarie quanto inutili e dispersive.

La Grecia, l’Albania, la Libia, l’Eritrea, l’Egitto, l’Etiopia, Malta, Cirenaica Trento e Trieste pur non essendo di alcuna valenza nella economia bellica, crearono ostacoli di grossa portata alle armate del Super Io chiamate in soccorso dei bravi soldatini disarmati affamati e male equipaggiati che il Mini Dux aveva gettato allo sbaraglio al grido di “Avanti savoiardi”.

Redazione culturale DILA APS

Il Dispari 20240226

Un giorno sì e l’altro pure, “Egli, il mini” mandava emissari a chiedere aiuti “Il pan ci manca”, e ad implorare “Benzin benzin”. Per di più generali afflitti dalle vicende di Taranto, Capo Matapam, Tobruc, e poi Grecia, e poi e poi… aggredivano, si fa per dire, il Maine Super con assillante continuità.

Da queste considerazioni Costui traeva la conclusione che il Baffo Tedesco, senza l’intervento raffazzonato e sconclusionato dell’Amico Guaifondaio, potendo utilizzare in maniera non dispersiva forze superiori sui fronti strategicamente determinanti, sarebbe riuscito a sopraffare le difese nemiche.

Egli rafforzava questa sua tesi elaborando il concetto che le Stelle e Strisce erano entrate in guerra contro il Super Deux solo in ragione della presenza dei Nostri concittadini (piccolo interessuccio economico populistico).

Non tutti siamo d’accordo.

Non tutti abbiamo natura di “affermanti”.

Non può non esserci un limite.

è vero che il Super comandava il plotone di esecuzione, ma erano altri a premere i grilletti.

Allora io ancora non sapevo che nello stesso giorno del mio secondo compleanno il Super Iper Max Baffo Maine aveva ammazzato pure se stesso!

Suicida.

Altri personaggi candidati: – Andrea – Ciccio – Aniello…

Volendo comprendere le banalità insite nelle semplificazioni adoperate per ridurre in un breve promemoria una serie di azioni, tra loro simili ma differenti, è sufficiente permeare, spianare, e quindi valutare, quanto viene affermato in uno dei più celebri messaggi popolari. Affidato a noi ragazzi dai saggi vissuti negli anni delle Pinete d’Ischia, esso proclamava: “Occhio che non vede, cuore che non soffre”.

Andrea era cieco e soffriva, sia a causa delle oggettive privazioni di cui la sua quotidianità risultava costellata, sia per i ricordi di quante meravigliose immagini avevano fermato i suoi sguardi nei tempi passati. Egli pativa anche, o forse principalmente, in quanto il buio visivo nel quale era immerso da anni aveva dapprima circoscritta, ed infine definitivamente imprigionata, la sua indole di spontanea prorompente ricerca conoscitiva.

In un evidente contrappunto ai limiti fisici caratterizzati dalla deficiente situazione sensoriale, Andrea aveva affinata una capacità mnemonica quasi oltraggiosa a confronto di quella dei vedenti. Ogni settimana, prevalentemente di venerdì, lo scrutavo mentre era impegnato a scandire una sequenza impressionante di colonne totocalcio alla compagnia di un esiguo gruppo d’amici. Eseguiva, mentalmente, complicate elaborazioni. Dettava serie enormi di dati che altrimenti si potevano attenere solo rivolgendosi a ricevitorie speciali dotate d’apposite attrezzature computerizzate. Robotizzato, era un aggettivo che specificava bene le sue attitudini. Non solo per lui era elementare lo sviluppo del “sistema” di sette doppie (che si articola in cento ventotto colonne di tredici segni ciascuna), ma con stupefacente naturalezza, bevendo un cappuccino e fumando un pacchetto d’Edelweiss, riusciva a dettare la serie completa di colonne di tutti gli altri sistemi, integrali o ridotti, per i quali gli si chiedeva collaborazione: quattro triple, tre triple e tre doppie, cinque triple e tre doppie ecc.

Non dico che ritenevo impossibile memorizzarne le formule, ma che mi colpiva la sua abilità di specificarne le risultanti colonne senza potersi servire d’alcun aiuto. Insomma sono tuttora convinto che è certamente un risultato di grande concentrazione riuscire, senza neppure un foglio di carta ed una penna, ad elaborare quegli insiemi composti da tante numerose variabili.

Il Dispari 20240226

Redazione culturale DILA APS

DILA

NUSIV

 

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