Professionisti DILA APS 20240328 – Il Dispari: Giuni Tuosto

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GIUNI TUOSTO | Storia dell’emancipazione femminile dal 1900 ai giorni nostri:
Lady Gaga e quel vestito più grande di lei… (seconda puntata)

Esiste una piccola donna, alta solo 1 metro e 55 centimetri, eppure così maestosa, grande, imperiosa.
Trasgressiva nei look, a volte scioccante, a volte languida, ma sempre originale.
È Stefani Angelina Germanotta, classe 1986, in arte Lady Gaga. [—]
Per mostrare al mondo che anche una donna forte e talentuosa, nell’auge della sua gloria musicale al ritiro di un importante premio canoro, può essere considerata da alcuni uomini nient’altro che un pezzo di carne.
È questo il messaggio che sceglie di lanciare sul palco degli MTV Music Awards nel 2010 tra lacrime di commozione e un abbraccio, disturbante, tra quel vestito di carne morbida sanguinolenta e sua madre, bionda, elegante, indifferente a quella carne viva scoperta.
Perché un figlio è sempre un figlio, anche quando è carne viva scoperta.
E perché troppe donne non sono che questo: carne viva scoperta, che può valere miliardi.
Il Meat Dress/abito di carne, per il suo messaggio politico, suscitò orrore, scandalo, disgusto e riso, ma entrò ufficialmente nella storia.
E questo è solo uno dei tanti vestiti usati da Gaga come veicolo simbolico di messaggi profondi.
Ancora più incisivo è stato l’abito da uomo, giacca e pantaloni oversize, di un grigio professionale, che Lady Gaga scelse di indossare all’evento “Women in Hollywood” il 15 ottobre 2018.
Una scelta mirata e triste, ben oltre il glamour e la moda.
Fu lo stilista Marc Jacobs a firmare quel completo maschile, con pantaloni a palazzo, e giacca da lavoro di due taglie di più.
Cosa vuol dire vestire abiti maschili più grandi del tuo corpo?
Vuol dire non essere a proprio agio con gli uomini di potere.
Lady Gaga vorrebbe lavorare con uomini importanti, influenti e potenti, che le calzino addosso come un abito perfetto.
Questa sarebbe la parità.
Invece lei con gli uomini di potere si sente piccola, sminuita, un piccolo oggettino che balla dentro quella giacca grigia, schiacciata da un outfit inadeguato.
Un cuore tormentato sotto un grande tailleur da uomo.
Segno questo di un’evidente disparità, ancora esistente nello show business, tra uomini e donne. Fu proprio un uomo di potere quello che la violentò, giovanissima e ambiziosa.
Di lui non rivela il nome perché “non si sente sicura, ne ha paura”.
Ma in quei pantaloni a palazzo firmati Marc Jacobs c’è un doppio senso, un riscatto: anche se la parità non è ancora stata raggiunta, sono io a portare i pantaloni!
Il potere mi appartiene, nonostante lo stupro.
Questa è Lady Gaga, una piccola donna, alta solo 1 metro e 55 centimetri, eppure così maestosa, grande, imperiosa.
Una donna a servizio del potere, mai schiava.
Regina del pop, col cuore tormentato dentro una giacca oversize, per una parità… ancora da conquistare.

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GIUNI TUOSTO | Storia dell’emancipazione femminile dal 1900 ai giorni nostri:

Lady Gaga e quel vestito più grande di lei… (prima puntata)

 Esiste una piccola donna, alta solo 1 metro e 55 centimetri, eppure così maestosa, grande, imperiosa.

Trasgressiva nei look, a volte scioccante, a volte languida, ma sempre originale.

È Stefani Angelina Germanotta, classe 1986, in arte Lady Gaga.

Vanta all’attivo un repertorio vastissimo di canzoni, vestiti, bizzarrie e premi, e infine (ma non per ordine di importanza) indomite origini italiane.

Madre veneta e padre siciliano, Lady Gaga è un mix esplosivo di gagliardo vigore italiano, trapiantato in America.

La sua italianità è eloquente: straborda dallo sguardo furbo e accattivante, dall’ironia sagace, dalla passionalità sicula, dalla capacità di reinventarsi.

Perché Lady Gaga è la protagonista oggi di questa rubrica?

Perché la sua è una scintillante storia di emancipazione femminile, fatta di glitter e sacrifici, talento e testardaggine.

Lady Gaga si è fatta da sé.

La sua scalata verso il successo parte da New York City, nelle vesti di una semplice studentessa italoamericana, bruna e sorridente, passando attraverso la diversità a scuola, i voti buoni, il bullismo, le notti folli nei night, canzoni improvvisate al pianoforte e finanche uno stupro.

A Lady Gaga è accaduto quello che succede ad ogni donna del pianeta: fin dalla nascita le è stato impedito di essere sé stessa.

La sua personalità per anni è stata soffocata, sepolta, rinnegata.

L’io esiliato, sacrificato sull’altare dell’omologazione moderna, come spesso accade.

Lady Gaga ha dovuto sopprimere le sue idee in famiglia, a scuola e infine nello show business, dove manager spietati in giacca e cravatta le dicevano “sei troppo bruttina per fare la popstar”.

Oppure “devi diventare bionda o non avrai successo”.

E lei cosa fa?

Finge di omologarsi agli standard mediatici, maschera un’accondiscendenza astuta, si tinge i capelli di biondo, imbroglia.

Dissimula una nuova identità, quella che vogliono tutti, quella che ben si adatta allo schermo, alla società e all’industria musicale, ma pian piano sbalordisce tutti: sfoggia un ventaglio di personalità diversificate e sfavillanti.

Sirena, dea, opera d’arte e finanche uomo.

Come un prestigiatore intelligente, buca lo schermo coi look più eccentrici e assurdi.

Usa la moda in modo sfrenato, si camuffa e al contempo si impone, senza che nessuno se ne accorga.

Eppure i suoi eccessi modaioli mai distolgono l’attenzione dalla potenza della sua voce, indiscusso cavallo di battaglia.

Usa i giornalisti, facendo parlare di sé e nel frattempo guadagna fama e successo.

Mi volete cambiare la faccia?

Io vi dimostro che ne ho mille.

La mia identità non vi piace?

Io l’affermo, recitando mille ruoli diversi, in mille abiti diversi, tra lustrini, paillettes, occhiali da sole e stivali di serpente.

Mi vestirò finanche di carne.

Carne vera.

Carne cruda.

Continua la prossima settimana

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Giuni Tuosto | Storia dell’emancipazione femminile dal 1900 ai giorni nostri

Seconda puntata: il NO che liberò le donne

La storia dell’emancipazione femminile si intreccia con la legislazione.
Perché la storia si fa attraverso buone leggi.
L’Italia ha conosciuto una vittoria giuridica ad opera di una giovane donna di soli 17 anni.

Siamo nella Sicilia degli anni Sessanta. Per la precisione, è il 2 gennaio 1966.

Il nuovo anno è appena iniziato ed è scoppiato uno scandalo nazionale, una vergogna pubblica: una ragazza di Alcamo (Sicilia occidentale) è stata rapita e stuprata, ha perso la verginità e deve andare in sposa al suo aguzzino, perché dopo questa esperienza nessuno la vorrà.
Lo dice la legge italiana, promulgata dal “Codice Rocco”.
L’articolo 544 del Codice Penale prevede il cosiddetto “matrimonio riparatore” per risolvere situazioni incresciose come queste.
Ma lei ha detto no, contro tutto e tutti.

Il suo nome è Franca Viola

ed è una ragazza qualunque.

Compie gli anni il 9 gennaio Franca, ma non ha fatto in tempo a festeggiare il suo compleanno che è già sulle pagine dei quotidiani nazionali.
Capelli neri lunghi e un viso ancora bambino.
Lo scandalo l’ha battuta sul tempo e lei resta fanciulla indifesa all’anagrafe, ma donna adulta nel cuore.
Eppure Franca non è una ribelle, non ha mai pensato di cambiare la legge o fare rumore; è schiva e semplice, ma ha una cosa che le altre donne della sua epoca non hanno: il rispetto di sé.
Il suo NO fa notizia, si impone sui giornali, scalfisce gli animi di uomini e donne, tormenta i suoi aguzzini, apre dibattiti giuridici.
Il suo no è forte e chiaro. No al matrimonio riparatore. No all’amore imposto.
“Io non sono proprietà di nessuno”, dice.

In quella Sicilia di fine anni ‘60, fatta di famiglie perbene e mezzadri, Franca Viola ebbe il sostegno di donne, uomini, genitori, sebbene i suoi rapitori continuassero a minacciare lei e la sua famiglia.
In un freddo giorno di gennaio prima del suo compleanno, Franca cambiò la storia delle donne: il processo a Trapani contro i suoi rapitori si concluse con una clamorosa condanna.
Il dissenso rivoluzionario di Franca colpì nel segno il “Codice Rocco”, svelando crepe giudiziarie e morali.
E le leggi cambiarono. Grazie a lei, il matrimonio riparatore e il delitto d’onore furono aboliti per sempre.

L’articolo 544 del Codice penale fu abrogato nel 1981, insieme all’art. 194 che legalizzava il delitto d’onore.

Un’altra vittoria giunse tardiva nel 1996 quando lo stupro, dapprima configurato come “reato contro la pubblica moralità e il buon costume” fu riconosciuto come “reato contro la persona”, penalmente perseguibile.
La storia di Franca Viola è una storia scritta col no, al tempo del sì.
Il “Si” è l’avverbio che in lingua italiana enuncia una risposta positiva.
Ma nessuno spiega alle donne quanto un SI possa essere pericoloso. Il SI è accondiscendenza cieca, accettazione pericolosa, volontà debole; è assenso sciocco.
Il si è sottomissione.
Permette, accoglie, imbraga.
Il si può uccidere.
Per un sì all’uomo sbagliato si può morire.
Il no invece respinge, disturba, assorda.
Il no apre la strada al dissenso, all’indignazione, alla libertà.
Grazie a quel no, le donne italiane furono liberate per sempre dall’infelicità eterna dei matrimoni senza amore.
La storia di Franca Viola ci insegna che a volte basta un no per salvarsi per sempre.

Il cambiamento si fa attraverso buone leggi, ma prima bussa alla porta del dissenso e vince con un fragoroso NO.
Giuni Tuosto

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Giuni Tuosto | Storia dell’emancipazione femminile

dalle Suffragette ai giorni nostri

Seconda puntata (prima puntata pubblicata l’11/01/ 2024)

Da Buckingham Palace al resto del mondo, grazie alle Suffragette, il voto cominciava ad essere riconosciuto come un diritto femminile, in Svizzera, Francia e Stati Uniti.

Una risonanza senza precedenti.

Bisognerebbe ricordare l’importanza del diritto di voto nelle scuole: non dimentichiamo che le prime femministe lo hanno ottenuto urlando a squarciagola nelle strade della Gran Bretagna e con…petardi e incendi.

Plauso speciale va a Paola Cortellesi che di recente ha ricordato, col suo film, l’importanza del referendum italiano del 1946: per Delia, la protagonista, non conta liberarsi di un marito violento, non conta scappare via di casa, non conta salvarsi dalla sottomissione.

Conta andare a votare. Per andare a votare Delia si mette il rossetto rosso, indossa la sua camicia più bella. E corre per le strade di Roma.

Corre come se ad attenderla ci fosse un amore segreto e inconfessabile.

Invece la sua è una corsa verso il seggio elettorale, vero strumento di emancipazione femminile. Un voto che diventa libertà. Per lei. E per tutte le donne che verranno dopo di lei.

Ma l’emancipazione femminile non passa solo attraverso le Suffragette o il voto elettorale di Delia.

L’emancipazione ha il volto di molte donne.

Ha il volto di Franca Viola, forte come un NO che spezza matrimoni e leggi sbagliate.

Ha il volto di Marilyn Monroe, da orfana a stella del cinema.

Ha il volto di Lady D, regina nel cuore di tutti e il diritto di essere fragili.

Ha il volto di Frida Kahlo, la libertà oltre gli stereotipi di genere.

Ha il volto di Rosa Parks, un’afroamericana e il suo diritto di tornare a casa in autobus da onesta lavoratrice americana.

Ha il volto di Oriana Fallaci, il coraggio di togliersi dalla faccia il velo nero davanti all’Ayatollah Khomeini.

Ha il volto di Mahsa Amini, ventidue anni e una sollevazione popolare in suo nome.

Ha il volto di Giulia Cecchettin, ultima vittima di violenza e miccia di un nuovo movimento mediatico.

Come un mosaico di dolore e bellezza, l’emancipazione femminile è fatta di volti e sudore. Ingurgita le donne di tutto il mondo in un ingranaggio diabolico di politica, solidarietà, scandali e titoli di giornali.

In questa rubrica racconteremo di tutte le donne che hanno titolato intere pagine di giornale, marchiate a fuoco tra penna e inchiostro.

Alcune fanno notizia perché vengono ammazzate, altre per aver avuto il coraggio di dire basta!

Racconteremo un secolo di conquiste, lotte, sangue e amore, ricordando chi ha cambiato il mondo, tra bombe, incendi, arte e cortei.

Giuni Tuosto

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Storia dell’emancipazione femminile dalle Suffragette ai giorni nostri

Prima puntata: Come tutto è iniziato…

Se nasci donna, c’è un prezzo da pagare a questo mondo.

Dalla mela avvelenata di Eva all’acido muriatico sulle guance.

È il pedaggio necessario per uscire dall’anonimato ed entrare nella storia.

Nessuna donna è mai entrata nella storia in punta di piedi o coi tacchi rosa di Barbie.

Di solito le donne si conquistano un posto nel mondo tra urla, sofferenze, battaglie e resistenze. Talvolta, con la morte.

Come un soldato, che combatte in prima linea una guerra non sua, senza la protezione di un generale stellato, ogni donna avanza nel mondo nel sottofondo della guerriglia.

È così che è iniziata la lotta femminista, una lotta di donne per le donne, durata oltre un secolo e mai terminata.

Le femministe nascono in Inghilterra, nella Gran Bretagna del 1900, quando l’industrializzazione è avviata e la Prima Guerra Mondiale è alle porte.

Le Suffragette(nome dato dai giornali per schernire le prime contestatrici) erano attiviste, operaie, politiche, che volevano il voto.

Un voto a suffragio universale femminile.

Come soldati, le Suffragette hanno portato avanti la loro battaglia contro il governo inglese con volantini e polvere da sparo.

Erano pericolose.

Armate di ideali più forti delle loro bombe.

Utilizzavano slogan, petardi e dinamite.

Ma esiste una preistoria del femminismo: femministe insospettabili, ante-litteram, dimenticate, come Olympe De Gouges signora della Rivoluzione Francese, Mary Wollstonecraft, filosofa inglese, e Madame de Stael, intellettuale europeista.

Le antesignane delle Suffragette.

Volevano donne istruite, lavoratrici e stipendiate.

Scrissero saggi e opere, alla fine del 1800,per diffondere il verbo dell’uguaglianza tra Francia e Inghilterra.

Furono proprio le Suffragette a raccogliere la loro eredità intellettuale, ma capirono che il pensiero di Olympe de Gouges e di Mary Wollstonecraft non bastava a liberare le donne.

Ci voleva la forza.

Dovevano fare rumore per essere ascoltate.

Dovevano protestare davanti Buckingham Palace, pena l’arresto.

Ed avevano ragione: ci voleva un braccio armato per avere il voto.

Le Suffragette, nonostante gli arresti che subirono, le bombe che sparsero qua e là per l’Inghilterra e gli incatenamenti alle pubblicheringhiere, riuscirono ad ottenere il diritto di voto dal Parlamento Inglese nel 1918, ben 28 anni prima dell’Italia.

La prima ondata di quote rosa.

Ma fu una vittoria parziale, in quanto il voto fu concesso solo alle mogli dei capifamiglia con più di 30 anni.

Ci vollero altri dieci anni per estendere il voto a tutte le donne inglesi senza distinzioni di età o di genere.

Era il 1928.

 Giuni Tuosto

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Direttore Gaetano Di Meglio

Pagina a cura di Bruno Mancini

Capo Redattrice Angela Maria Tiberi

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